Solo Obama adesso può evitare l’uscita dall’euro della Grecia

Il giorno dopo la grande festa di popolo i greci hanno preso atto che gli sportelli delle banche resteranno chiusi anche oggi e domani. E solo i più inguaribili sognatori possono immaginare che la proposta che oggi Alexis Tsipras sottoporrà ad Angela Merkel possa sortire l’effetto di rifornire i bancomat di fogli da 20 o 50 euro. Nel frattempo, come previsto, la Banca Centrale Europea ha preso tempo: il banchiere italiano non ha schiacciato il  bottone rosso, ovvero il ritiro dei fondi Ela (89 miliardi) che hanno consentito la sopravvivenza degli istituti di credito ellenici, ma non ha ampliato la provvista, in attesa dei risultati dei meeting di oggi, prima quello dell’Eurogruppo, poi quello decisivo dei capi di Stato. Nel frattempo a New York, dove vengono ancora scambiati i bond e le azioni delle banche greche, si registrano prezzi che già scontano il Grexit: il titolo governativo a breve, quello più sensibile al default, passa di mano al 50% del valore nominale. Un modo per tentare di indovinare quale sarà il valore della “nuova dracma” (o dell’euro leggero) una volta consumata la separazione o il divorzio dall’Unione Europea. Una pagella che spaventa ma non troppo le Borse europee, con l’eccezione di Milano, la più dipendente dall’andamento delle banche (circa il 60% del paniere principale) a loro volta le più dipendenti dai titoli di Stato.

DIVORZIO GRECO

La prospettiva del divorzio è il verdetto più gettonato che emerge dai report delle case finanziarie americane e inglesi, dove l’ipotesi Grexit oscilla tra il 70 e l’80%, in netto contrasto con gli umori che si respirano nella comunità politica. E lo stesso vale per le agenzie di rating, da Fitch a Standard & Poor’s. L’uscita più forte, curiosamente, è arrivata da Christine Lagarde. Il segretario generale del Fondo Monetario Internazionale, dopo aver preso atto del risultato, ha annunciato di esser pronta ad aiutare la Grecia «se il governo ne facesse richiesta». Eppure, è stato il Fondo Monetario ad esserci messo di traverso quando, dieci giorni fa, l’accordo sembrava cosa fatta. Perché questo cambio di rotta? In realtà il Fondo ha sempre insistito sul taglio del debito ellenico, come chiede Tsipras, quale mossa preliminare per un piano di risanamento dell’economia greca, al contrario di quanto ribadito da Berlino, Bruxelles e anche dalla banca centrale di Francoforte. Ma l’accelerazione di questi giorni, dopo la pubblicazione alla vigilia del voto di domenica del report che invocava un’iniezione di 50 miliardi almeno nelle casse di Atene per scongiurare il peggio è la conferma di un salto di qualità nella percezione della crisi dall’istituto di  Washington: gli Stati Uniti, che restano l’azionista numero uno del Fondo, così come la Francia, il Paese più attivo nella ricerca di un compromesso, sono ormai pronti a scatenare un’offensiva per evitare il divorzio di Atene dall’euro, anticamera di un abbandono dell’alleanza storica con l’Europa. Sarebbe un disastro, vuoi per i vantaggi che ne potrebbe trarre la Russia, che da secoli sogna una porta d’accesso al Mediterraneo, che potrebbe essere donata a Vladimir Putin (ieri in contatto telefonico con Tsipras). Vuoi, non meno grave, per l’apertura di un nuovo ironte di fronte al Medio Oriente.

IL CONTAGIO

Geopolitica contro Fiscal compact, insomma. Come ha inteso sottolineare ieri l’ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi: «Ancora una volta – ha dichiarato in un’intervista a La Stampa – sarà una forza esterna che ci costringerà a un compromesso». Le potenze pronte ad intervenire, secondo Prodi, sono Usa e Cina, preoccupati per l’eventuale sfaldamento dell’euro e le conseguenze che potrebbe avere sulla stabilità del sistema mondiale. Probabilmente sono state queste pressioni ad aver spinto molti leader dell’Eurozona a concedere l’ultima chance a Tsi-pras e ad Euclid Tsakalotos, il nuovo ministro delle finanze in sostituzione di Yannis Va-roufakis. Alla vigilia dell’ennesima giornata decisiva, si profila un fronte “latino” guidato dalla Francia e, altra novità, dalla Spagna, già tra i falchi più ostinati, oggi decisa a spegnere in fretta l’incendio greco prima che si espanda nella penisola iberica. E l’Italia che non è certo al riparo dal contagio, vista l’entità del debito pubblico (che sia il 156% previsto dall’Ocse o il 133% dichiarato dal ministro Pier Carlo Padoan). Ma davanti a loro c’è il fronte del Nord capitanato dal sempre più popolare Wolfgang Schaeuble che non vuol nemmeno sentir parlare di taglio del debito. Così come i Paesi del Nord e dell’Est Europa ove spesso i livelli di vita sono più bassi di quelli di Atene.

Però, come dicevamo, gli Usa la pensano diversamente. Grecia ed Europa «dovrebbero trovare un compromesso» che consenta ad Atene di «rimanere nell’Eurozona». Così il portavoce della Casa Bianca secondo cui un’intesa è «nel diverso interesse di tutti, sia europeo che statunitense». Il messaggio è chiaro.

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Scritto da Magazine Donna il 07/07/2015 5:51

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