Tagli fino al 30% sulle pensioni anticipate

L’unica certezza è che per andare in pensione – sempre che dopo mille stop and go il governo decida veramente di intervenire sulle pensioni – la famosa flessibilità bisognerà pagarsela di tasca propria. E non sarà a prezzi da saldo, c’è da giurarci. Quanto bisognerà pagare per andare a riposo per ora è un mistero. Per mantenere i tanto amati “saldi invariati” servirebbe (sosteneva a giugno il presidente dell’Inps Tito Boeri in audizione parlamentare), che l’assegno venisse ridotto di un 30 per cento secco. Vale a dire l’incremento medio che assicura il generoso sistema retributivo rispetto a quello contributivo.

Matagliare pensioni che mediamente veleggiano tra 1.200/1.500 del 30 per cento vorrebbe dire creare una generazione di vecchi indigenti o fomentare la rivolta popolare. Il governo, consapevole che pure con l’accetta bisogna andarci piano, sta sondando i limiti d’intervento, facendo leva sulla voglia di “scappare” in pensione degli italiani più agè. In assenza di proiezioni o simulazioni ufficiali abbiamo chiesto all’Ufficio Studi dei consulenti del lavoro, di aiutarci ad elaborare delle ipotesi. Quattro classi di reddito (20, 30, 50 e 100 mila euro), e due ipotesi: perle donne (3 per cento per un massimo di cinque anni) e per gli uomini che abbiano perso il lavoro, non abbiano ancora i contributi o siano vicini alle soglie Fornero ma impossibilitati ad anticipare. Tra le ipotesi – e solo tali sono perché il governo è quanto mai reticente ad impegnarsi – c’è la riproposizione dell’Opzione donna. Tradotto in suggestivo linguaggio renziano la “nonna che vuole occuparsi dei nipotini”.

L’idea su cui Palazzo Chigi e via XX Settembre starebbero «riflettendo» è di consentire l’uscita anticipata delle donne dal lavoro (minimo 57 anni di età e 35 anni di contributi) con tre anni di anticipo. Sarebbe la nuova versione della già testata “opzione donna” però il ricalcolo di tutta la pensione con il sistema contributivo (più penalizzante) ne aveva segnato il declino. In questa nuova ipotesi si aggancerebbe il trattamento alle speranza di vita (84,6 anni per le donne) con una conseguente riduzione del trattamento. La riduzione ipotizzata dovrebbe aggirarsi sul 10 per cento circa per i tre anni di anticipo (un 3 per cento annuo invece dell’esoso 25-30 per cento di taglio che era previsto con la conversione al sistema contributivo). Peccato solo che se è vero che nel lungo periodo questo baratto avrebbe un saldo zero, nell’immediato avrebbe un discreto impatto (sull’Inps e quindi sui conti pubblici): pensioni più basse sì, ma pagate per più anni e in anticipo.

NUOVI ESODATI 2.0 Se le nonne immaginate da Renzi possono andarsene ai giardinetti (un po’ più leggere nel portafogli), per i maschietti l’idea – tra le molte circolate – è di schiudere le porte all’ago- gnato pensionamento per coloro che in tarda età, comunque al massimo a 3 (forse 5 anni) di distanza dal pensionamento (requisito Fornero 66 e 7 mesi nel2016), abbiano perso il lavoro. Il taglio non sarebbe in percentuale ma attuariale: vale a dire incrociando le aspettative di vita degli uomini (79,8), con tutti i mesi in più di eventuale percezione dell’assegno.

IL MUTUO PER RIPOSARE Ma il cantiere pensionistico – per ora solo virtuale visto che di coperture neppure Renzi parla – è affollatissimo di idee. Il governo ha rispolverato anche l’idea di istituire un “prestito pensionistico”, ovviamente da restituire a rate con la pensione. Insomma, rimbombano – come inquietanti tamburi di guerra – le voci di un rapido
intervento per togliere il tappo al mercato del lavoro e, in contemporanea, agevolare il pensionamento di quanti vorrebbero andare a riposarsi ma nonpossono, anche con 35 anni di contributi versati.

Peccato che i circa 80 miliardi di risparmi drenati della riforma Fornero, siano stati pretesi da Bruxelles (complice Mario Monti) come garanzia e madre ditutte le riforme. Già 12 miliardi sono stati rosicchiati per le 6 salvaguardie degli esodati (125mila persone e altre 49mi- la ancora “appese”). Il problema è che servono molti miliardi (un minimo di 3, un margine fino a 5 miliardi si stima), per mandare a riposo prima chi ha lavorato e versato “marchette” per una vita. E far ripartire ilturn over per sostituire lavoratori attempati con giovani virgulti. Un sistema che potrebbe sì sbloccare il mercato del lavoro. E invece di trasformazioni di contratti precari in stabilizzazioni (ma licenziabili), si avrebbero finalmente nuove e vere assunzioni (anche grazie ai generosi contributi). Il problema è che con limiti di età e contributivi tanto alti chi vorrebbe andare in pensione non può. Un tappo generazionale che vede anziani incatenati alla scrivania e giovani (o quasi giovani) che ambirebbero a quel posto ma per loro ora – nostante il Jobs act – proprio non c’è spazio.

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Scritto da Magazine Donna il 22/09/2015 4:09

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