Tagli, tasse e svendite Tsipras cede su tutto

Cancellare la maggior parte del valore nominale del debito con una conferenza europea”; “rimborsi sui prestiti in scadenza legati alla crescita economica”; “un aiuto della Bce con acquisti di titoli di Stato”; “restituzione del prestito forzoso della Banca centrale greca durante l’occupazione nazista”; “salario minimo a 751 euro; “un piano di rilancio da11,8 miliardi”; “niente più Troika”.

Con queste promesse – il famoso “programma di Salonicco” – il 25 gennaio Alexis Tsipras vinceva le elezioni politiche. Cinque mesi e mezzo di negoziati dopo, il risultato è il più pesante programma di aggiustamento richiesto a un Paese in crisi. “Un nuovo trattato di Versailles”, la glaciale sintesi de ll’ex ministro delle Finanze greco Yanis Va-roufakis: entro domani il Parlamento greco dovrà approvare la riforma dell’Iva (alzandola, soprattutto sui ristoranti) e quella del sistema pensionistico (stop alle baby pensioni, età pensionabile a 67 anni o a 62 con 40 di contributi entro il 2022 e graduale cancellazione dei sussidi agli assegni minimi), rendere “indipendente” l’ente statistico nazionale e attuare il Fiscal compact. Deve anche accettare il monitoraggio dei conti. Due le strade: dovrà dare mandato ai negoziatori per sottoscrivere un nuovo memorandum con la Troika (che torna ad Atene); e prevedere clausole di salvaguardia taglia-spesa (automatiche) nel caso in cui gli “ambiziosi obiettivi di avanzo primario non vengano raggiunti”.

ENTRO IL 22 LUGLIO, poi, dovrà adottare il nuovo codice di procedura civile e la risoluzione europea sul “bail in”: se una banca fallisce, pagano prima gli azionisti e i correntisti sopra i 100 mila euro. Vasto programma, grosso modo identico a quello della Troika (come vede dalla tabella qui sopra) respinto dagli elettori greci il 5 luglio.

La parte peggiore, però, non è questa. Le 7 pagine dell’accordo siglato ieri a Bruxelles contengono contenuti davvero umilianti per un Paese sovrano. Il capitolo nero riguarda le privatizzazioni. A gennaio Tsipras debuttò con un annuncio choc: stop alla svendita di porti, aeroporti e della società elettrica nazionale (Dei). Il primo dietrofront è arrivato con le proposte post-referendum di giovedì: va bene tutto, ma almeno non la Dei.

Nell’accordo di ieri, si legge: “Procedere alla privatizzazione del gestore della rete di trasmissione dell’energia elettrica, o a misure con un impatto equivalente”. Poi la botta finale: Atene dovrà trasferire asset pubblici fino a 50 miliardi (su

un Pil di 200) a un fondo che li monetizzerà “attraverso le privatizza zi oni”: aziende di Stato, isole, porti e aeroporti per rimborsare i prestiti da concordare con l’Esm (circa 60 miliardi, più altri 20 del Fmi). Tsipras ha evitato la capitolazione ottenendo che il fondo sarà basato in Grecia e gestito da Atene “con la supervisione delle istituzioni (cioè la Troika, ndr)”, e non in Lussemburgo. Per dare l’idea, dal 2011 Atene è riuscita a incassare solo 4,5 miliardi dalle svendite.

NEL VALUTARE gli asset, i greci si dovranno rifare “alle migliori pratiche internazionali”. Tradotto: il prezzo non lo faranno loro. La Troika indica perfino la destinazione. I soldi serviranno, per metà, a ricapitalizzare le banche, dissanguate dalla decisione della Bce di congelare per quasi due settimane la liquidità di emergenza, “il 50% di ogni euro che resta, sarà usato per ridurre il debito, il resto per gli inve st im en ti”. Frase emblematica. L’appiattimento sulle richieste dei creditori serviva almeno ad aprire la trattativa sul debito. “Nessun taglio nominale”, si legge nel rapporto. Tradotto: resta solo l’impegno a un allungamento delle scadenze.

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Scritto da Magazine Donna il 14/07/2015 5:36

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