Tasse giù? Bersani fa le barricate E 7 italiani su 10 non ci credono

■■■ L’ennesima sfida interna al Partito democratico. La promessa «fiscale» lanciata sabato da Matteo Renzi all’Expo è diventata terreno di scontro tra la vecchia guardia democrat e i fedelissimi del premier. A guidare la rivolta contro il presidente del consiglio è Pier Luigi Bersani. Ieri l’ex segretario del Pd è tornato a criticare con toni aspri il piano annunciato da Renzi, col quale dovrebbero essere tagliate tasse per 45-50 miliardi di euro nel giro di tre anni a partire dal 2016. Via i balzelli sulla prima casa, l’Imu agricola e quella sugli imbullonati. E poi meno Irap e Ires per le imprese, giù l’Irpef per lavoratori e pensionati.

Secondo Bersani, quelle dell’inquilino di palazzo Chigi sono parole dettate dalla «demagogia» che «è il cancro di questo Paese». Poi la sua ricetta: bisogna combattere «l’evasione fiscale» che è «nettamente superiore alla media europea». Di qui, dice l’ex segretario Pd, la via per ridurre la pressione tributaria: se i furbetti delle tasse pagheranno di più, potranno essere tagliate le imposte ai contribuenti onesti. Ma se quello di Bersani appare un sogno, il piano di Renzi resta un oggetto misterioso.

Dietro gli annunci, ripetuti con convinzione tra sabato e domenica (prima alla riunione milanese del Pd, poi nelle interviste televisive opportunamente schedu-late dallo staff del premier), non c’è nulla. Un vero e proprio piano – fatto di dettagli, numeri e tempi – manca all’appello. Il capo dell’esecutivo ha detto che i tecnici stanno lavorando al progetto di riduzione delle tasse da oltre sei mesi. Eppure, gli stessi esperti – sia quelli di palazzo Chigi sia quelli del ministero dell’Economia – sono stati letteralmente spiazzati dalle dichiarazioni del premier. Ora spuntano i guai. Mettere insieme le coperture finanziarie necessarie a rendere attuabile le promesse del governo è, allo stato, impossibile. Le tre vie indicate «a mezzo stampa» da Yoram Gutgeld (spending review, crescita economica, deficit) sono impraticabili. E alternative a portata di mano non sono facilmente individuabili. Gli importi in ballo sono significativi e i risparmi sul versante della spesa pubblica già sono «prenotati» da misure del passato (servono circa 12-15 miliardi l’anno per scongiurare aumenti di altri tributi, tra cuil’Iva). Senza dimenticare altri pasticci, come quello degli 800 dirigenti dell’Agenzia delle Entrate sul quale è in arrivo una soluzione, ma che sta creando un «buco» da qualche miliardo nelle casse dello Stato (mancati accertamenti). Lo stato di confusione è certificato anche da Debora Serracchia-ni: la vicesegretaria (renziana) del Pd spinge per la lotta all’evasione, mettendosi di fatto dalla parte di Bersani e ignorando le indicazioni di Gutgeld.

Ma tutto sommato, ragionano gli uomini di Renzi, c’è tempo per definire i particolari: le misure, del resto, dovrebbero scattare progressivamente a partire dal prossimo anno. E alloraperché giocare d’anticipo con le dichiarazioni pubbliche? A spingere Renzi, secondo indiscrezioni, sarebbero stati un paio di sondaggi. Come rivelato ieri da Dagospia, una prima rivelazione avrebbe confermato che gli italiani considerano indigesti i balzelli sulla «abitazione principale»; un altro studio ha fatto emergere che il settore del mattone – che in Italia ha un peso enorme nel andamento del ciclo economico – ha bisogno di riduzione del carico fiscale per ripartire. Di qui il blitz non concordato col Tesoro e con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Obiettivo politico che, tuttavia, corre il rischio di andare a sbattere contro un altro sondaggio. Ieri l’Istituto Piepoli ha rivelato che il 70% dei cittadini non crede alle ultime promesse fiscali di Renzi. Solo il 30% degli intervistati, dunque, ritiene credibile e realizzabile il misterioso piano ren-ziano. E dichiara di preferire di più il taglio della Tasi rispetto agli sgravi sull’Ir-pef. A credere alpremier sono in particolare gli elettori del Movimento 5 Stelle; maggior diffidenza, invece, nelle file del Pd. La mossa fiscale ha comunque fatto recuperare un filo di fiducia, dopo un lungo periodo in costante calo: dal 33% è passato al 35%. Scatto lieve, ma importante. La diffidenza complessiva sulle promesse fiscali, però, spiazza Renzi. Che ora corre il rischio di fare i conti con una inattesa débâcle sul versante dell’opinione pubblica, vittima (a sorpresa) dei sondaggi.

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Scritto da Magazine Donna il 22/07/2015 6:03

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