Teheran tra gli Usa in declino e il “nuovo Satana” saudita

Trentacinque anni fa gli studenti iraniani circondavano l’amb asciata Usa di Teheran urlando “morte all’America”. L’edificio che ospitava l’ambasciata oggi ospita un centro di addestramento delle Guardie rivoluzionarie. Accanto ai monumenti che ricordano l’ayatollah Khomeini e i ‘martiri della rivoluzione’ c’è il cosiddetto “museo della tana delle spie”. Tra le curiosità la ‘stanza di vetro’: una stanza nella quale si rinchiudevano i diplomatici Usa per le conversazioni riservate. È un box di plexiglas appeso al soffitto completamente trasparente sì da rendere impossibile piazzare delle cimici.

Le grandi potenze sperano che l’accordo raggiunto renda il programma nucleare iraniano altrettanto trasparente e circoscritto. Fermo restando che l’accordo verosimilmente eviterà un conflitto nucleare o raid a opera di Washington o Tel Aviv, non di meno alcuni paesi Paesi vicini all’Iran -Libia, Siria, Yemen -sono in fiamme.

In che modo l’accordo contribuirà a rendere la regione meno instabile? Lo scenario da incubo è quello di una “Teheran fuori controllo”, una situazione nella quale, eliminati tutti i condizionamenti, un Leader supremo e la Guardia rivoluzionaria possono mettere a ferro e fuoco la regione nella totale impunità. Resta l’interrogativo: Ue e Usa possono condizionare le politiche regionali più efficacemente di quanto sono riuscite a fare con il contenimento? O magari l’Iran potrebbe svolgere un ruolo costruttivo nella regione?

Chi si reca a Teheran rimane sempre colpito dalla complessità della politica e della società. Il paradosso della rivoluzione religiosa è proprio quello di aver dato vita alla società più laica della regione. La nuova generazione è laica, pragmatica e più aperta all’Occidente. Ma per quanto attiene al ruolo regionale, l’Iran è tra gli attori di un violento conflitto settario e i suoi leader sono lieti del maggiore spazio garantito loro dal rovesciamento di Saddam, dei Taliban e dagli errori commessi dagli occidentali. L’invasione dell’Iraq ha messo in moto una catena di eventi che stanno dissolvendo in Medio Oriente l’ordine emerso dal primo dopoguerra e garantito dagli Usa nell’era post-coloniale.

Teheran è un luogo privilegiato per osservare il declino del potere americano in Medio Oriente. Quando l’anno passato ho parlato con diversi leader politici, mi ha colpito che tutti convenissero sul fatto che un ordine multipolare sta sostituendo l’egemonia americana nella regione. Nell’Iran odierno il Grande Satana non è più l’America, ma l’Arabia Saudita. Gli iraniani si lamentano dell’accre-sciuta produzione di petrolio da parte dei sauditi e dell’abbassamento dei prezzi e si preoccupano per il rafforzamento della cooperazione militare tra i Paesi del Golfo in chiave anti-Iran. I sospetti iraniani sono contraccambiati a Riyad dove si sottolinea l’attivismo iraniano in Siria, Yemen, Libano e Bahrain. Gli Usa non sono più i principali artefici della politica regionale, ma piuttosto una risorsa che Teheran e i sauditi utilizzano nel loro conflitto.

QUALE RUOLO possono quindi svolgere nel nuovo Medio Oriente Usa e Ue? Sul versante americano, affinché l’accordo venga approvato dal Congresso è necessario che Obama faccia di tutto per rassicurare Riyad e Tel Aviv. Ma l’Europa – per la quale la posta in gioco è anche maggiore – ha meno vincoli. Come sostiene Ellie Geranmayeh, l’Europa ha una occasione senza precedenti per costruire una strategia regionale. La Mogherini, alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, può approfittare del negoziato per aprire in tempi brevi un’ambasciata a Teheran e vedere in che modo i legami economici e un accordo energetico possono contribuire alla distensione dei rapporti. Inoltre, cosa questa ancor più importante, potrebbe verificare se il gruppo E3 più 1 -Francia, Germania, Regno Unito e Ue – possa essere riconfigurato in modo da svolgere un ruolo di pace, trovando col tempo il modo di ridurre le tensioni tra Iran e Arabia Saudita. Ciò potrebbe comportare la necessità d’una maggiore fiducia sullo Yemen, di un coordinamento della campagna anti-Isis in Iraq e Siria e di un dibattito sul ruolo di Hezbollah e dei rapporti con Israele.

Teheran e Riyad si stanno godendo il loro momento sotto le luci della ribalta e per entrambi i rischi sembrano al momento maggiori degli eventuali benefici. Tuttavia il successo dei negoziati è un punto a favore della pazienza strategica. Europa e Usa – per non parlare delle potenze regionali – debbono sperare di contenere il conflitto prima che la regione sprofondi in una guerra dei trent’anni.

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Scritto da Magazine Donna il 16/07/2015 6:46

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