Toghe che sfidano il potere Lo slalom tra gli 8 Salva-Ilva

Non abbiamo commesso finora errori macroscopici” e “non c’è nessuna guerra contro il Governo o l’azienda”. Il procuratore di Taranto Franco Sebastio lo ripete fino alla nausea. Ripudia la “terminologia bellica” o i riferimenti “più consoni a eventi sportivi” quando i cronisti parlano di vittoria dei magistrati.Il suo sorriso sornione, però, nasconde anche le difficoltà di chi ogni giorno è costretto a fare i conti con i diversi decreti del Governo che hanno consentito alla fabbrica di continuare a inquinare, prima, e di utilizzare gli impianti anche insicuri per gli operai, poi. Ben otto provvedimenti d’urgenza per neutralizzare l’azi one penale e tentare di salvare un’azienda che continua, nonostante gli affanni e i proclami romani, a mostrare i suoi limiti dovuti al tempo e soprattutto a quella gestione Riva basata su minimo sforzo e massimo profitto.

MA SEBASTIO è solo il più anziano dei magistrati ionici impegnati nella vicenda Ilva: le donne e gli uomini dello Stato fermati dallo stesso Stato sono diversi. Come il gip Martino Rosati che nel 2007 condannò Emilio Riva per l’inquinamento prodotto dalle cokerie dell’Ilva e nella sua sentenza specificò che “il giudice penale non ha il compito, né i mezzi e le capacità, di disciplinare situazioni di conflitto sociale o di preoccuparsi di assetti economici” e “la diffusa tendenza ad affidare esclusivamente al giudice penale la risposta statuale ai fenomeni di illegalità, e quindi a gravare la sentenza penale di contenuti, funzioni e di aspettative che non le sono propri, non può e non deve essere condivisa”.

Parole rimaste inascoltate. Come quelle scritte nella sentenza che già nel 1982 condannò i vertici dell’Italsider di Stato. O quelle contenute nelle lettere inviate da Sebastio alla Regione Puglia e al Ministero dell’ambiente per chiedere, al di là delle eventuali responsabilità penali, quali misure intendessero intraprendere per risolvere l’allarmante situazione ambientale che emergeva dalle indagini: missive che risalgono anche al 1998. O come le parole del gip Patrizia Todisco che, dopo gli esiti delle maxiperizie, decise coraggiosamente di fermare l’area a caldo “affinchè non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’Ilva, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o ad essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico”. Contro di lei scagliarono in tanti, ma soprattutto contro i suoi provvedimenti.

E contro il lavoro dell’intero pool che ha lavorato all’inchiesta “ambiente svenduto”: Mariano Buccoliero, Remo Epifani, Giovanna Cannarile e Raffaele Graziano che è riuscito a dimostrare in primo grado la responsabilità dei vertici aziendali per la morte di 28 operai ammalati di mesotelioma contratto per l’esposizione all’amianto presente nell’Ilva. L’ultima, in ordinedi tempo, finita al centro delle accuse è la giovanissima pm Antonella De Luca che di fronte alla relazione del custode Giudiziario Barbara Valenzano sulle cause della morte dell’o p e ra i o 35enne Alessandro Morricella ucciso da una fuoriuscita di ghisa incandescente e delle condizioni nelle quali erano costretti a lavorare gli altri operai nell’Altoforno 2, non ha potuto fare altro che sequestrarlo.LA RISPOSTA a chi ha compiuto il proprio dovere, però, è stata in passato l’accusa di “talebanismo giudiziario”, poi di protagonismo (anche se, a eccezione del procuratore Sebastio, nessuno di loro ha mai rilasciato una dichiarazione alla stampa e lo stesso Sebastio ha rinunciato a una candidatura al senato proposta dal democratico Alberto Maritati) o addirittura di pregiudizio nei confronti dei Riva (dimenticando che proprio a Taranto alcuni processi ai Riva, come quello sul monopolio illegale del porto ionico, si sono conclusi con la piena assoluzione degli imputati).
Pochi giorni fa il gup Vilma Gilli ha rinviato a giudizio 44 imputati di “ambiente svenduto”, ma ha anche assolto con formula piena treimputati che avevano scelto il rito abbreviato. Perché il codice prevede che il magistrato inquirente raccolga le prove e il magistrato giudicante le valuti oltre ogni ragionevole dubbio. La fabbrica commette reati, la procura li persegue e il tribunale decide. “Il giudice – per tornare alla sentenza di Rosati del 2007 – è chiamato soltanto (e, se si vuole, più modestamente) a verificare se un dato comportamento” configura un reato oppure no. Ma a Taranto, una classe politica incapace ha costretto la magistratura a fare altro: la supplenza.

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Scritto da Magazine Donna il 25/07/2015 7:37

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