Via alla guerra in Libia Mattarella convoca il Consiglio di Difesa

I tasselli sono quasi tutti a posto. Anche se Matteo Renzi preferisce parlare di altro e non ha ancora fatto alcuna comunicazione ufficiale al Parlamento, l’intervento militare a guida italiana in Libia, contro l’Isis, è dato per sicuro sia a Roma sia nelle capitali degli altri Paesi che faranno parte dell’alleanza, iniziando da Washington. Ieri Sergio Mattarella ha annunciato quello che dovrebbe essere l’ultimo passo prima della comunicazione alle Camere che alla fine Renzi, inevitabilmente, dovrà dare: ha convocato per il 25 febbraio il consiglio supremo di Difesa, l’organismo cui spetta, tra le altre cose, esaminare «le deliberazioni in materia di difesa e sicurezza adottate dal governo» prima che su queste voti il Parlamento.

In cima all’ordine del giorno c’è un lungo giro di parole che si riferisce proprio all’intervento militare prossimo venturo: «Esame della situazione internazionale e dei principali scenari di conflittualità e di crisi, con particolare riferimento alla Libia (…) e partecipazione delle Forze Armate alle missioni di stabilizzazione e di contrasto del terrorismo».

La decisione arriva pochi giorni dopo il ritorno del presidente della Repubblica dal viaggio negli Stati Uniti, dove aveva discusso dell’operazione con Barack Obama. Gli Stati Uniti hanno rinunciato a chiedere all’Italia un ulteriore impegno contro l’Isis in Iraq – dove non si andrà oltre i 450 soldati da spedire a difesa della diga di Mosul, che sarà riparata dal gruppo italiano Trevi – proprio perché negli ultimi due mesi Roma ha dato a Washington garanzie serie sull’impegno italiano in Libia, che palazzo Chigi ritiene strategicamente molto più importante per il nostro Paese rispetto all’Iraq. Sia perché oggi l’Isis da Sirte controlla oltre 300 chilometri della costa libica che si affaccia sull’Italia, sia perché da quelle parti ci sono da difendere gli interessi degli approvvigionamenti energetici italiani, cioè dell’Eni.

Manca solo la richiesta dei diretti interessati: i libici. La speranza di Stati Uniti e alleati è che riesca a nascere il governo di unità nazionale, il cui primo atto dovrebbe proprio essere la domanda di aiuto per ripulire il Paese dalle milizie dello stato islamico.

Ieri sette Paesi (oltre a Usa e Italia ci sono Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito) hanno sottoscritto un appello comune al parlamento di To- bruk(quello riconosciuto dalla comunità internazionale) affinché «approvi interamente la lista dei ministri» proposta per il «Gan», il governo di accordo nazionale.

In cambio i sette promettono «pieno sostegno al popolo libico e al Gan». Ma il Paese resta spaccato. L’intervento militare contro l’Isis si farà comunque e in tempi rapidi, sia che si formi il governo d’unità nazionale sia in caso contrario, e questo perché l’Isis alle porte è ritenuto un pericolo troppo grande perché l’Europa e l’Italia possano accettare di conviverci. Il grido di dolore del nuovo esecutivo sarebbe una nobile giustificazione da sventolare davanti all’opinione pubblica: molto gradita, ma non indispensabile. «Prima dell’inizio dell’estate», prevede chi sta preparando politicamente il terreno per l’operazione, ci saranno militari italiani e di altri Paesi sul suolo libico, impegnati a combattere l’Isis.

Negli Stati Uniti si sta formando un consenso robusto sulla necessità di intervenire presto anche senza la “chiamata” del Gan. Sul Washington Post, quotidiano di tendenza liberal vicino all’amministrazione Obama, due giorni fa è apparso un appello molto chiaro alla Casa Bianca. «La ragione principale per prendere tempo citata dai responsabili dell’amministrazione è il desidero di creare un nuovo governo in Libia prima dell’intervento militare», nota il giornale, ma «una soluzione politica libica non dovrebbe essere un prerequisito per agire contro la minaccia terroristica».

Sono riflessioni che in riva al Potomac stanno facendo in molti, anche al Pentagono, ma le decisioni che ne seguiranno riguarderanno direttamente l’Italia. La Casa Bianca infatti è consapevole della necessità di non perdere altro tempo, ma non ha intenzione di aumentare la presenza militare americana in Libia. Spetterà così agli alleati, e cioè innanzitutto all’Italia e alla Francia, sobbarcarsi la parte più pesante dell’intervento militare. Con o senza la presenza di un governo di unità nazionale libico.

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Scritto da Magazine Donna il 19/02/2016 5:25

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