Yoram Gutgeld Il consigliere del premier che vuol tagliare le pensioni

Chi lo frequenta dice che Yoram Gutgeld, il commissario alla spending rewiew voluto da Matteo Renzi, è perplesso. Sta seduto nel suo ufficio e pare chiedersi: «Che ci faccio qui?» come quel viaggiatore che si sperse in Patagonia. Si fanno ipotesi sul perché e il percome di quell’aria errabonda. Innanzitutto, la vita di questo cinquantacinquenne israeliano naturalizzato italiano è stata del tutto scombussolata dall’amicizia con Renzi che risale all’estate 2012. Si sono incontrati, hanno chiacchierato un po’ di economia e Matteo – che di quegli arcani è digiuno – se n’è infatuato. A Natale, l’allo- ra sindaco di Firenze telefonò al nuovo amico intercettandolo a Siviglia. Yoram, da Milano dove abita da lustri, era in gita colà con la moglie italiana e i loro due figli. Invece degli auguri, Matteo gli fece una proposta: «Vuoi fare il deputato?». «Il deputato?», ripetè Yoram a voce alta, interrogando la moglie con lo sguardo. In una frazione di secondo, i due dovevano prendere un’ardua decisione: lasciare o no McKinsey, la multinazionale di consulenza, per la quale Gutgeld lavorava ad alti livelli da decenni? Con un cenno del capo, la consorte assentì e l’oflferta fu accettata.

Yoram in marzo divenne deputato del Pd e da allora, come avviene quando il proprio destino dipende da uno solo, è sballottato qua e là dal capriccio del suo mecenate fiorentino. È facile in queste condizioni assumere l’aria frastornata dell’asino in mezzo ai suoni che preoccupa i suoi colleghi. A Montecitorio, Gutgeld fu inserito, per competenza, nella Commissione Finanze. Ne è un membro autorevole e ascoltato, anche se talvolta ha una visione sparlaneg- giante dell’economia, più adatta a un kibbutz che a un Paese occidentale. Questa è, comunque, la parte soddisfacente del suo lavoro. Altrove sono prevalse le delusioni che Renzi gli ha dato, tanto da segretario del partito che da premier. La prima, del dicembre 2013, fu la nomina di Filippo Taddei a responsabile dell’Economia del Pd. Perché mai Taddei, oscuro professorino di Bologna, anziché Yoram considerato fin lì il guru prediletto di Matteo nelle cose contabili? Furono date due spiegazioni cervellotiche ma credibili entrambe, trattandosi di penetrare il cervello del Fiorentino. Secondo la prima, sarebbe stato preferito Taddei perché con i suoi 37 anni era in linea con la segreteria giovanilistica voluta dal Rottamatore, mentre con l’ultracinquantenne Gutgeld si sarebbe tornali al babbioni- smo del passato. La seconda ipotesi affacciata, fu che Renzi – stufo di sentirsi dire che ogni sua idea era suggerita da Yoram – abbia frullato via il guru per affermare la propria autonomia. Gutgeld, comunque, ne soffrì.

Ma era solo la prima batosta. Salito a Palazzo Chigi (febbraio 2014), Matteo chiamò al suo fianco l’italo-israeliano come consigliere economico. Per Yoram era toccare
il cielo con un dito. Da persona perbene e riservata – impacciata e un po’ sperduta, per dirla tutta – ha la vocazione dell’uomo ombra, che sforna idee ma non vuole le mani in pasta. Tra le sue illuminazioni – pare -, il provvedimento più nolo del Governo Renzi: quegli 80 euro nelle buste paga dei più bisognosi che propiziarono il trionfo elettorale del Pd alle Europee dell’anno scorso.
L’iniziativa è tipicamente gutgeldiana. Yoram, di formazione laburista israeliana, ha infatti la fissa di colmare le diseguaglianze, come indica esplicitamente il titolo di un suo recente libro, “Più uguali, più ricchi”. Un credo sacrosanto che si articola però nelle seguenti discutibili affermazioni, dandoci uno spaccato delle sue convinzioni. Gutgeld considera Vincenzo Vi- sco il migliore ministro delle Finanze della Seconda Repubblica. Propone il taglio delle pensioni sopra i 3500 euro lordi (duemila netti) per ricavarne quattro miliardi di risparmi da dirottare sugli asili nido, così da dare ai bimbi ciò che toglie ai vecchi. Considera l’immigrazione indispensabile e da incoraggiare. È per introdurre in Italia lo ius soli anche se in Isarele, do- v’è nato e vissuto, si applica il più stretto ius sanguinis. Più in generale, è per una generosa redistribuzione della ricchezza che c’è, sorvolando però sui modi di crearne di nuova.

Ora che conosciamo l’ideologo, possiamo continuare l’elenco della sue disgrazie. Chiamato dunque a Palazzo Chigi nella tarda primavera del 2014, Yoram dopo un breve periodo d’euforia scopre le difficoltà di convivenza col proprio protettore. Renzi vuole provvedimenti popolari, tipo abbassamenti di tasse et similia. L’altro è restio. È in piccolo il medesimo braccio di ferro che contrappone Renzi a Pier Carlo Padoan, che a ogni fuga in avanti del premier minaccia di dimettersi, ma poi gli telefona Mario Draghi e gli comanda a nome dell’Ue: «Resta e frena il ragazzotto». Ma se Padoan è inamovibile, Gutgeld no. Così, nel dicembre 2014, Matteo decide di scalzarlo da consigliere principe, sostituendolo con la sua ultima passione: Andrea Guerra, l’ex ad di Luxottica, appena uscito dall’azienda di Leonardo Del Vecchio con una liquidazione nabab- bica. Guerra si insedia alla Presidenza con il titolo spagnolesco di Superconsulente Economico & Consigliere Strategico delle Politiche Industriali e delle Relazioni con la Business Community.

Un duro colpo per Yoram che china la testa aspettando la prossima mazzata. Arriva puntualmente nel marzo di quest’anno con la nomina a commissario per la spending rewiew. Con la morte nel cuore lascia Palazzo Chigi e cam – bia ufficio con lo spirito di chi va al confino di Ventotene.Abituato a consigliare senza prendere iniziative in proprio, il fatto di dovere decidere lo spiazza. Cosa tagliare e cosa no, sono per lui un rovello straziante. Per di più, è digiuno di finanza pubblica che è l’ambito in cui dovrebbe m uoversi. Così, pur essendo il capo della struttura, vero factotum dello staff è il numero due, Roberto Perotti, docente alla Bocconi e macroeconomista, esattamente il tipo di preparazione necessaria che manca a Gutgeld. Come capite da questi cenni, la frustrazione di Yoram è massima. Aggiungete che dovrebbe fare tagli alla spesa pubblica per consentire misure che piacciono a Renzi ma che lui aborre. In primis, l’alleggerimento delle lasse sulla casa, attuale cavallo di battaglia del premier. «Sono un cedimento alla destra populista. Un’operazione da Robin Hood alla rovescia. Si prende ai poveri per dare ai ricchi», sentenziò indignato il nostro Yoram quando il governo Letta, per avere i voti del Cav, propose di abolire l’I- mu, mettendosi sull’identica strada che adesso percorre Matteo. Ma torniamo al punto di partenza. Mi sembra ce ne sia abbastanza per giustificare in Gutgeld quell’espressione di chi erra in Patagonia senza meta. Forse, nel cedere alle tentazioni della politica, ha sbagliato i calcoli nonostante sia un brillante laureato in Matemadca all’Università di Gerusalemme. Forse, se accanto alle Scienze avesse coltivato la Storia, avrebbe letto con stupore di quel cavallo che fu fatto senatore da Caligola, evitando di imitarne la carriera.

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Scritto da Magazine Donna il 05/09/2015 8:10

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