A noi ci piace il rosso, l’arrivederci di Santoro

1466

A noi ci piace il rosso”, così saluta Michele Santoro. Il rosso in televisione con maglie, sciarpe e fiori. Il rosso di Firenze, il tramonto che avvolge lo sfondo con Palazzo Vecchio e il mastodontico Duomo. Il Rosso di sera, che poi è il titolo di questa puntata speciale di Servizio Pubblico, una trasmissione che fu generata in piazza – quattro anni fa, a Bologna – e che in piazza finisce. Ha scelto il rosso, Santoro, per il congedo dal pubblico e la capitale del renzi-smo che, a poco a poco, quasi timorosa, si ribella al partito unico, al pensiero unico, al Matteo unico.

QUANDO PARTE la colonna sonora, i riflettori rossi accendono la passerella rossa -aggettivo e sostantivo ricorrente – e sale Santoro, indugia un attimo, la telecamera stringe, mette su l’espressione irriverente e domanda: “Ma veramente credete che io sia un tribuno? In tanti ci hanno imitati, però non si può imitare l’anima di un programma”. Al traguardo di un percorso, trascorse oltre cento puntate, Santoro ritorna al punto di partenza: “Noi siamo Libero Grassi, Buscetta, Spatuzza, Patrizia D’Ad-dario”. Il giornalista fa l’elenco dei protagonisti di quest’ultimi dieci anni di televisione che l’hanno accompagnato fra Annozero in Rai e  Servizio Pubblico su La7 (e con il Fatto Quotidiano). Quella parte di carriera che viene dopo l’editto bulgaro, lo scontro più duro con Berlusconi, la censura assieme a Enzo Biagi e Daniele Luttaz-zi. Santoro, stasera da Firenze, vuole ringraziare gli telespettatori che con 100.000 donazioni hanno permesso la messa in onda di Servizio Pubblico: “Siamo uno spazio di libertà. Grazie per averci fatto entrare nelle vostre case”. Poi scherza: “Noi siamo italiani un po’ coglioni”.

In questa piazza, Largo Annigoni, in mezzo a una settimana fiorentina dedicata a moda e lusso, Santoro non poteva non rievocare Renzi, ch’era invitato, anzi in mezzo ai suoi concittadini perché la gente sta intorno e non davanti o indietro.

RENZI ha declinato, però ha telefonato: “Il nostro presidente mi ha chiamato per farmi l’in bocca al lupo per il mio futuro. Sono io che faccio l’in bocca al lupo per il suo futuro”. Con Maurizio Landini che guarda da uno schermo vicino ai camerini, ecco Santoro che punzecchia Renzi: “Preferisce Verdini a Landini”.

Servizio Pubblico saluta il pubblico sospeso fra il futuro, e non soltanto quello di Renzi, e il passato di Santoro. Vanno in scena immagini d’archivio: Rockpolitik anno 2005, Adriano Celentano restituisce il microfono a Santoro. Preludio a una lunga stagione di A n n oze ro in Rai: pressioni, sponde con l’Ag-com, intromissioni di Berlusconi. Tensioni e anche episodi esilaranti. Come dimenticare la telefonata di Mauro Masi, il direttore generale di Viale Mazzini, che non sapeva proprio come cacciare Santoro. Nel 2011, dopo Masi, Santoro lasciò la Rai. E qui arriviamo a Servizio Pubblico, da Bologna a Firenze, dall’ex Cavaliere in studio alle inchieste di Sandro Ruotolo costretto a vivere sotto scorta. Stasera, il compendio. Santoro ha riunito gli amici giornalisti, cantanti e attori. Da Franco Battiato (che fa il pugno chiuso) a Mannarino, da Bianca Berlinguer a Gianni Dragoni, da Alba Parietti a Sabrina Ferilli, dai disegni di Vauro a Marco Travaglio. Assenti i politici. O meglio, c’è Maurizio Landini, che fa il sindacalista, che spinge per la “coesione sociale”. Niente è definito. Come i prossimi mesi di Santoro, che ha promesso di prendersi una pausa di riflessione, ma ha giurato che sarà un arrivederci, mica un addio. Santoro ha intersecato la scaletta di una serata normale con quella di una serata speciale. Un po’di memoria e un po’di provocazioni. L’agenda: i temi antimafia, la scuola e i maestri, gli immigrati e il lavoro. E la sorpresa – c’era da scommetterci – non un politico, non è allora Renzi, non è un ministro del “giglio magico”. Ma un balletto di Carla Fracci.

Condividi