Ala in carbonio, motori a reazione e sangue freddo: così l’uomo vola (davvero) come gli uccelli

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Giù in picchiata, uno in coda all’altro, a oltre 300 chilometri orari, poi una breve richiamata per riprendere leggermente quota e concludere con una virata a coltello a tutto gas, fino a sfiorare i grattacieli.

Potrebbero sembrare fotogrammi catturati durante l’esibizione della “solita” pattuglia acrobatica e invece si tratta di una sequenza dell’impresa andata in scena, qualche settimana fa, nei cieli di Dubai (Emirati Arabi): il primo volo in formazione compiuto da “jet umani”. In altre parole: aerei… senza cloche né leve di comando, dove sono i piloti stessi a fare da fusoliera, oltre che da alettoni, timone ecc. In che modo? Muovendo il proprio corpo: ruotando la testa per cambiare direzione, spostando le mani e le gambe per correggere la traiettoria, inarcando la schiena verso l’alto per aumentare la portanza (la forza che tiene “a galla” un velivolo) e guadagnare quota o curvando le spalle verso il basso per tuffarsi in picchiata. L’unico componente “artificiale” dell’aereo è l’ala in fibra di carbonio, sulla quale sono installati i quattro motori a getto (vedi illustrazione in alto), che è fissata sulla schiena dei piloti attraverso un’imbracatura simile a quella dei paracadute.

BELLO, MA TROPPO BREVE! Una diavoleria, l’ala, il cui inventore è proprio uno dei protagonisti dell’impresa, una vecchia conoscenza del mondo dello sport estremo: si chiama Yves Rossy, è uno svizzero di 56 anni, ex pilota di caccia militari (prima) e di Airbus di linea (dopo), pioniere del paracadutismo acrobatico e del volo con le tute alari “morbide” (quelle in tessuto e senza motori, insomma). L’idea di un’ala “indossabile” gli è venuta circa venti anni fa, proprio lanciandosi col paracadute: «Una volta che sei saltato dall’aereo», ha spiegato recentemente Rossy durante un Ted, il ciclo di conferenze tenute da celebrità del mondo della scienza e dell’innovazione, «non hai più niente attorno a te, sei “nudo” e per un po’ sperimenti qualcosa di molto simile alla libertà degli uccelli. Solo che la durata del volo è troppo breve e la direzione possibile una sola, cioè inesorabilmente verso il basso!».

NELLA GALLERIA DEL VENTO. Così ha deciso di mettersi al lavoro per costruire un sistema che gli consentisse di mantenere la stessa sensazione di libertà, ma, in più, con la possibilità di aumentare la durata del volo e di modificarne la direzione. Insieme a un team di collaboratori, Rossy ha sviluppato in una decina di anni più di 15 prototipi di ala, variando di volta in volta la forma, i materiali e il numero (e il tipo) di motori a reazione installati. Ai test in galleria del vento (a cui ha dovuto prendere parte… in prima persona, essendo lui stesso un componente dell’aereo!) sono seguiti i primi voli sperimentali, finché «a un certo punto imparai a mantenermi in volo orizzontale», ha raccontato Rossy, «e fui davvero felice. Questo nonostante non fossi ancora capace di salire di quota e i motori mi consentissero di volare al massimo a 180 km/h, con 6 minuti di autonomia».

LEVE, PEDALI? NO, GRAZIE. Col tempo, e con le modifiche gradualmente apportate alla sua attrezzatura, jetman (questo il soprannome del pilota) è riuscito ad aumentare la sua velocità di punta (attualmente raggiunge i 300 km l’ora), ha imparato a sfruttare i piccoli movimenti del suo corpo per compiere manovre sempre più complesse, mentre l’autonomia di volo è cresciuta di appena 7 o 8 minuti. Una cosa è rimasta invariata: l’assenza di qualsiasi tipo di sistema di comando come leve o pedali. C’è solo il corpo che diventa una parte dell’ala e viceversa. «Era proprio questo il mio obiettivo», spiega Rossy, «perché se avessimo aggiunto (per esempio) una cloche, avremmo ottenuto un “normale” aeroplano. Io invece volevo la massima libertà di movimento, desideravo qualcosa di molto simile a quello che facevamo da bambini, quando giocando aprivamo le braccia e imitavamo gli aerei».

NON PIÙ SOLITARIO. La grande novità, però, è che nel frattempo non è più l’unico jetman al mondo: ora ad affiancare Rossy nelle sue imprese c’è infatti un francese di 31 anni, Vince Reffet, pure lui paracadutista “estremo”, che da 5 anni ha coronato il sogno di allenarsi col pioniere del “volo umano a motore”. A proposito di allenamento, se vi aspettate che per mantenersi in forma i due facciano qualcosa di molto speciale siete fuori strada: «Per volare in questo modo», ha spiegato Rossy, «è necessario essere agili, ma soprattutto occorre mostrarsi pronti ad adattarsi a situazioni impreviste. Per tenere allenate queste capacità non faccio niente di particolare, se non dedicarmi ad attività sempre diverse e nuove, come, ultimamente, il kitesurf».

PROSSIME TAPPE. Dopo il primo volo in formazione tra i grattacieli di Dubai, il prossimo obiettivo dei “jet umani” (che negli Emirati Arabi hanno spostato la loro base operativa) sarà quello di decollare in modo autonomo, per esempio dal versante di una collina, e di non lanciarsi più (come avviene adesso) da un aereo o da un elicottero. Il sogno di atterrare su pista, appoggiandosi sulle ruote di un carrello come fanno gli aerei veri, resterà invece tale per un bel po’, perché per adesso l’unico modo “sicuro” per concludere il volo resta quello di tirare la maniglia del paracadute quando i motori hanno esaurito il carburante e atterrare dolcemente.

Una cosa che certamente non vedremo mai, invece, è una versione dell’ala a due posti, che potrebbe regalare l’ebbrezza del volo in tandem anche alle persone “normali” come avviene con il paracadute: «L’idea che ci ha spinto», ha spiegato Rossy, «è quella di imitare gli uccelli e il loro volo “puro”. Ditemi, voi avete mai visto uccelli-tandem?».

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