Anticipazioni Quarto Grado puntata 6 Marzo 2015: Omicidio Yara Gambirasio, tutte le bugie di Bossetti

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Massimo Bossetti è un «mentitore seriale». Così lo hanno definito gli inquirenti. Uno che dice bugie su tutto, inerpicandosi in menzogne spesso incredibili, a volte infantili. Ogni sua azione è coperta da una coltre di nebbia fatta di invenzioni e depistaggi. «Gli viene facile mentire, da sempre», dice uno degli investigatori. E, secondo la Procura di Bergamo, continua a farlo, anche ora che è travolto da un’accusa terribile e infame: quella di aver rapito e ucciso, il 26 novembre 2010, Yara Gambirasio, la ragazza di 13 anni che sparì da Brembate di Sopra e il cui corpo venne ritrovato tre mesi dopo, a Chignolo d’Isola, a qualche chilometro di distanza.bossetti-6404

Lo chiamano “il favola” i suoi colleghi del cantiere edile. Un soprannome che ora però non usano più: non c’è più nulla da scherzare, nulla su cui fare un sorriso. Sono stati proprio i suoi colleghi a raccontare agli investigatori di quella serie di bugie incredibili che Bossetti metteva in fila, senza pudore. L’8 luglio, durante un interrogatorio, è un colonnello dei Ros a metterlo alle strette: «Signor Bossetti, perché nei mesi precedenti all’arresto del 16 giugno si è assentato così spesso dal cantiere di Seriate in cui lavorava?». La risposta arriva tra le lacrime: «Avevo visto altri lavori, ma non riuscivo a star dietro ai preventivi. Così ho inventato una balla grossissima». «Quale?», chiede il colonnello dei Ros. La risposta di Bos-setti fa calare il gelo nella stanza degli interrogatori: «Ho detto che avevo un tumore al cervello. Ho anche raccontato che non avevo avvertito mia moglie della malattia perché lei era incinta».

Il resto lo ha raccontato il capo cantiere Pietro Manenti: «Il mese successivo Bossetti disse che la moglie aveva dovuto abortire e che lui doveva assentarsi per alcune mezze giornate per fare la chemioterapia». Bugie su bugie. Come quando disse ai colleghi di essersi rotto il setto nasale oppure di avere la schiena a pezzi per tre ernie del disco. Non c’era limite alle bugie. Arrivò a dire ai colleghi, sempre tra le lacrime, di aver picchiato la moglie dopo un litigio, tanto che lei l’aveva denunciato e lui si doveva presentare in caserma «per firmare». In quel periodo spiegava anche che sua moglie lo aveva cacciato di casa e lo faceva dormire in garage, senza mai fargli vedere i figli.

Bugie su bugie su bugie. Anche una volta arrestato con l’accusa più terribile. Bugie che servono a gettare sospetti su colleghi di lavoro, come quando, per spiegare la presenza del suo Dna sul corpo di Yara, arriva a raccontare che un altro operaio del cantiere gli avrebbe rubato un fazzoletto sporco di sangue per poi strofinarlo sul corpo della povera ragazza. «La definirei una personalità mitomaniaca, che ha cioè una forte tendenza a mistificare la realtà oltre ogni logica e limite», spiega Sarah Viola, psichiatra e consulente tecnica del Tribunale di Roma. «Non è nemmeno detto che sia consapevole dell’entità delle proprie bugie. Menzogne che

non hanno ormai più la necessità di essere credibili: basta che ci sia un uditorio, per così dire, disposto a crederci, o a fingere di farlo». Quel pubblico, che prima era fatto di colleghi e familiari, ora è cambiato e a quel gioco non ci sta più. Perché ad ascoltarlo, dal momento dell’arresto, ci sono gli inquirenti. E sono più che mai convinti di riuscire a smontare quello che loro definiscono solo un castello di falsità. Lo motivano in 60 mila pagine di documenti, perizie, verbali di interrogatori e intercettazioni. La conclusione del caso è ancora molto lontana. Ma ora che la Procura ha depositato le proprie convinzioni e che l’indagine è ufficialmente chiusa, toccherà a Claudio Salvagni, avvocato difensore del carpentiere, rispondere alla richiesta di rinvio a giudizio che si di giugno. Solo allora si saprà la data di un processo che si annuncia “monstre”, per la mole di carte e per l’attenzione dell’opinione pubblica.

Ma una cosa fin d’ora appare netta: la montagna di bugie scoperte dagli investigatori e trapelata dalle intercettazioni. Perché tutta la famiglia Bossetti è stata a lungo ascoltata a sua insaputa. Ad apparire fragile è soprattutto quell’immagine di famiglia da sogno, senza contrasti, dove pace e amore regnano incontrastati. Dove una rassicurante normalità veniva esibita come alibi per dire che no, il capofamiglia non può essere il mostro che ha ucciso Yara. In realtà Massimo Bossetti e sua moglie Marita Comi di crisi ne avevano attraversate eccome, una piuttosto profonda: tra il 2008 e il 2009 lui se n’era andato di casa, tornando per un certo periodo a vivere con la madre.

È proprio su Marita che si sono puntate da subito le attenzioni degli investigatori. Una donna che appare oggi dilaniata tra la necessità di credere all’uomo con cui condivide la vita dal 1999, il padre dei suoi tre figli, e i dubbi che ormai sembrano in alcuni momenti travolgerla. Da una parte c’è l’istinto naturale di proteggere la propria famiglia, i bambini, dall’altra l’orrore, quasi impossibile anche da immaginare, di aver condiviso la propria vita con il peggiore degli assassini. E sono gli stessi investigatori a notare un cambiamento in lei, tra novembre e dicembre dello scorso anno. Nei colloqui intercettati in carcere, da quel momento in poi quella donna innamorata e sofferente si trasforma nel più implacabile degli investigatori. Domanda, incalza, contraddice, pretende risposte e le pretende subito. Ma soprattutto ripete: «Io devo dire solo la verità e basta. E la devi dire anche tu!». E ammonisce: «Guarda che mi hanno chiesto l’ora in cui sei rientrato quella sera. Ma io non posso dirgli un’ora che non mi ricordo, capisci? È per quello che non mi sento di dire bugie, Massi [lei lo chiama così, ndr]».

È lacerata dal desiderio di proteggere il proprio uomo, Marita, e dall’impossibilità di mentire per lui, consapevole, forse, che rischiano di essere proprio quelle bugie a rendere ancora più complicata la posizione del marito. È il 4 dicembre 2014 quando Marita, durante un colloquio in carcere, sbotta: «Non mi hai mai detto che cosa hai fatto quella sera, io non mi ricordo, non mi ricordo. So solo che in quel periodo eravamo arrabbiati». Tanto arrabbiati che, accertano gli inquirenti, tra metà novembre e metà dicembre 2010 i contatti telefonici tra i due coniugi sarebbero praticamente assenti. Lui, interrogato, aveva giustificato così la situazione: «Aspettavamo la sera, quando tornavo a casa, per raccontarci che cosa avevamo fatto durante il giorno». Una menzogna, come altre che ripete nonostante l’evidenza. Poco prima di Natale Marita avverte il marito: «Io ti credo, ma non voglio che saltino fuori le cose dopo, se veramente hai fatto qualcosa dimmelo ora. Mi sembra di parlare con tua madre».

È lei, la madre, Ester Arzuffi, il simbolo di questa famiglia, quella di Massimo Bossetti, capace di seppellire segreti per decine di anni e di continuare a mentire anche di fronte all’evidenza scientifica. Perché Ester ha mentito per 40 anni. A suo marito Giovanni, ai suoi tre figli. Forse a se stessa. Ha continuato a farlo imperterrita, sorridendo, come chi non riesce più ormai a distiguere tra realtà e invenzione. «Perché probabilmente ormai anche lei non saprebbe più tracciare un confine tra quel che è vero e quel che non lo è mai stato», continua Sarah Viola. «E se nemmeno lo choc di questa situazione riesce a riportarla alla realtà, c’è da aspettarsi che continui a negare sempre».

È proprio da lei, dal suo segreto, che tutto è cominciato. Da quelle analisi del Dna che indicavano con certezza in Giuseppe Guerinoni, morto nel 1999, il padre di Ignoto 1, il killer di Yara, ma che escludevano del tutto i suoi figli naturali. Doveva esserci un figlio illegittimo: era lui che cercavano gli investigatori. La pista del Dna, dopo quattro anni di test a tappeto, ha portato finalmente a Ester Arzuffi. Le tracce biologiche rinvenute sul corpo di Yara appartenevano senza dubbio a un figlio suo e di Gueri-noni. Una relazione che la donna continua ancora oggi a negare anche di fronte alle perplessità del suo stesso figlio, che l’8 novembre dice alla madre: «Solo tu sai la verità, ma il Dna non può mentire». Lei, granitica, risponde: «L’ho saputo il giorno del tuo arresto che ero l’amante del Guerinoni. Guerinoni io non l’ho mai visto». Negare, tacere. Sempre. «Questa famiglia è nata e vissuta su un falso storico», spiega la psichiatra Viola. «Quella bugia originaria ha creato un patto di ferro tra gli adulti. E i figli, frutto di quella menzogna, non possono dire la verità perché la mistificazione è il fondamento della loro esistenza. Probabilmente hanno iniziato tutti a mentire fin da bambini, non sentendosi accettati fino in fondo per quel che erano». Questione di famiglia, dunque, che coinvolge anche Laura, la gemella di Bossetti. Il 29 agosto racconta di essere stata aggredita per strada. Gli inquirenti controllano le immagini delle videocamere di sorveglianza: Laura è sola, passeggia tranquilla, non le si avvicina nessuno. La stessa storia si ripete altre volte, Laura racconta di nuove aggressioni. Ma non c’è un riscontro. Per gli inquirenti, la Bossetti ha una «propensione a distorcere la realtà». È un piano inclinato, spiega la psichiatra. «Chi è abituato a non dire il vero non sa fermarsi finché non perde tutto. Ammettendo, distruggerebbe l’immagine che ha di sé. Distruggerebbe per sempre il proprio mondo». Un mondo costruito come una ragnatela opaca. E in cui però Bossetti resta sempre più solo, il castello di fragili carte che ha costruito sembra pian piano crollare. Tenta di ancorarsi alle uniche certezze che ancora crede di avere. Scrive alla moglie: “Ricordati la promessa che ci siamo fatti il giorno che ci siamo sposati. Di amarci nella bella e nella cattiva sorte, finché morte non ci separi”. Ma forse per Marita quella promessa sta già scomparendo sotto una montagna di bugie cui non vuole più credere.

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