Applausi del Pd per De Luca e Renzi parla tutta la sera

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Volete mettere in discussione le primarie? Fatelo. Volete fare un conto sulle Regionali? Ci trasformiamo tutti in Emilio Fede e mettiamo le bandierine”. Perché “il Pd governa in 17 Regioni su 20”. Si presenta alla direzione del Pd che sono le 21 e 30 Matteo Renzi. Entra dall’ingresso laterale, perché qualche decina di insegnanti sta manifestando davanti al Nazareno. Camicia bianca, niente giacca, niente cravatta. Tenuta da battaglia.

E ancora una volta, quella che lancia al Pd è una sfida. Nei toni, nel ragionamento, nella scelta delle argomentazioni. Ma nessun processo, nessuna epurazione, nessuna testa caduta. Il segretario-premier provoca le minoranze. Il sotto-testo di tutto il suo discorso è “se avete qualche alternativa, fate pure”. Alza i toni quando evoca un “codice di condotta a cui stiamo lavorando”. Perché “non è che su tutti i temi ciascuno fa come vuole”.

OSTENTA SICUREZZA: “Se vogliamo approvare la riforma della scuola e la riforma del Senato così come sono, si approvano così come sono. I numeri ci sono, anche senza la minoranza”, dice. Da vedere quanti sarebbero in Forza Italia a votare con lui a Palazzo Madama, ma va diritto: “Si spacca il Pd. Per me è un errore politico. Però trovo eccessivo che chi si schiera contro al voto di fiducia poi mi faccia la ramanzina sull’unità”. Toni alti, volutamente sprezzanti. Ma promesse e proposte di apertura sul merito di scuola (“prendiamoci altri 15 giorni”, dice) e Senato. Parla in continuazione, si prende tutto lo spazio. Perché anche se è fermo nel definire quella delle Regionali una vittoria sa che in questa fase deve trattare. “Su come abbiamo perso in Liguria e in Veneto, di come abbiamo vinto per poco in Umbria, di come abbiamo vinto con le polemiche in Campania possiamo parlare”, ammette. Ma “è abbastanza difficile dire che abbiamo perso le Regionali visto che governiamo 17 su 20. Ma non parliamo d’altro da una settimana. Tutto il sud è nelle nostre mani. Elemento positivo ma che mi toglie il sonno”. Anche sulla perdita dei voti del Pd ha la sua versione: “Si dice che il Pd abbia perso voti rispetto al 2014. Il racconto che il Pd ha vinto le elezioni vale per le europee non per le amministrative. Su cosa lo facciamo il conto sulle europee o le amministrative?” Meglio far impallidire il 40,8% tanto sbandierato l’anno scorso (a dispetto del voto locale, evidentemente), che confrontarlo con le percentuali di quest’anno. E poi, ancora, batte sull’assenza di alternative: “Andiamo avanti con tre opposizioni: la Lega, la coalizione asociale con Landini, Scalzone e Piperno, che è destinata a essere sconfitta non solo dai numeri ma anche dalla logica e Grillo”.

Su due punti, immigrazione e giustizia che “non è giustizialismo” insiste. Non a caso. Ignazio Marino arriva con Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture. Scelta precisa per chiarire che Pd e governo sono con il sindaco. Mafia Capitale o no. La parte della star la fa Vincenzo De Luca, che si presenta per mettere ancora una volta i puntini sulle “i”: ha vinto le elezioni, nominerà la Giunta e sarà governatore. Quando Renzi lo nomina, il Pd applaude.

Al di là dei toni e delle dichiarazioni, però, la strategia è chiara: mediare sulla scuola, aprire sulla riforma costituzionale. E su tutto il resto rimandare. Quella di ieri sera, insomma, è ncora una direzione in cui il segretario-premier prova a fiaccare le minoranze. Renzi torna dal G7 e tra tutti i temi insiste su uno: l’immigrazione. Perché con i governatori del Nord pronti a respingere i migranti, la posizione italiana che chiede all’Europa di farsi carico del problema diventa più debole. E Renzi su questo è arrabbiato davvero. L’ultimo fronte. Ma ce ne sono troppi. E dunque il segretario/premier preferisce provare la tattica del logoramento della minoranza piuttosto che attaccarla frontalmente. Convinto che non sarà lui ad essere logorato. In futuro ci sarà un lavoro sul partito, il codice di comportamento, la riforma delle primarie. E dietro l’angolo c’è il rimpasto di governo. Ma adesso risultato da portare a casa è la riforma della scuola. Poi si vedrà. E così dopo più di un’ora di parole, ecco la captatio benevo-lentiae nazionale: “Lula mi ha chiamato companero”. E poi, il richiamo all’allegria: “Io vengo da lì”. Omaggio nazional-popolare a Mike Bongiorno e alla Ruota della Fortuna.

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