Attacco all’Egitto, l’Isis fa strage di soldati

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Il Califfato ha aperto un fronte di guerra contro l’Egitto nel Sinai, ridicolizzando e umiliando le Forze Armate del presidente Fattah al sisis. Ieri infatti ha attaccato con-temporaneamenteben 18 obbiettivi militari nella penisola, dando prova di una straordinaria capacità di iniziativa militare. Ovunque ha conseguito risultati, anche grazie a una palese inadeguatezza dell’esercito egiziano. «L’Egitto è in stato di guerra reale», ha affermato, sconfortato, ilprimo ministro del Cairo Ibrahim Mah-lab, che è stato costretto in fretta e furia a inviare stormi di F16 e di elicotteri Apache per bombardare gli jihadisti che si erano impadroniti della cittadina di Sheikh Zuweid, nei pressi del confine con Gaza, dopo avere ucciso molti soldati egiziani attestati nei posti di blocco e a difesa del comando della polizia egiziana, che è stato tenuto per molte ore dai miliziani jihadisti. Penetrati in vari centri abitati della penisola, gli jihadisti hanno minato le strade, ucciso senza pietà gli abitanti che si rifiutavano di farli entrare nelle loro case per attestarsi e stabilizzare l’occupazione del centro abitato e usato a piene mani l’arma micidiale dei kamikaze. Il bilancio dei combattimenti è impressionante, anche se ovviamente impreciso, nella serata di ieri le fonti egiziane davano notizia di 60-80 militari e poliziotti egiziani morti, a cui si devono aggiungere molte vittime civili e ovviamente i caduti tra gli assalitori (90, pare).

Con tutta evidenza, l’operazione di vera e propria guerra nel Sinai è parte – questo è il fatto più inquietante – di quella “offensiva del Ramadan contro gli infedeli”, proclamata all’inizo del mese sacro dal portavoce dell’Isis, in piena linea di continuità con gli attentati di Sousse, di Kuwait City, della Somalia e di Lione, tutti portati a termini da miliziani del Califfato. Offensiva in cui vanno inclusi gli incidenti scoppiati ieri nella “Città del 6 ottobre”, sobborgo del Cairo, in cui sono stati uccisi 13 “terroristi”.

Per dare idea della radicalità dei combattimenti e dell’offensiva jihadista si deve tenere conto che persino Hamas ha rafforzato il suo presidio militare lungo la frontiera con l’Egitto, anche se è assodato che ai combattimenti nel Sinai partecipano decine di miliziani del Jihad Islamico, il gruppo palestinese estremista radicato da anni -indisturbato – proprio nella Striscia.

Anche Israele ha spostato decine di carri armati a presidio di tutta la sua frontiera con l’Egitto, mentre il premier Bibi N etanyhau ha denunciato: «Israele ora è circondato dall’Isis, non solo a nord, dalle colline del Golan siriano, ma anche da sud».

Al di là della violenza dei combattimenti in atto, questa formidabile escalation dell’I-sis è importante sotto il profilo politico e strategico perché – lo ripetiamo – evidenzia il fallimento del contrasto anti jhiadista da parte dell’Egitto. Un fallimento che coinvolge personalmente al Sisi, che è arrivato al potere proprio perché capo delle Forze Armate (nominato dal presidente Morsi, poi da lui deposto), con la promessa di “stroncare iljihadismo”. Obiettivo clamorosamente mancato. Da tre anni, infatti, le azioni d’attacco, ma finora episodiche, mai di questa ampiezza, si succedono nel Sinai, in particolare contro la capitale amministrativa el Arish e contro Sheikh Zuweid. Le vittime egiziane sono state sinora un centinaio (33 solo nell’ottobre 2014) e dodicimila circa sono i militari del Cairo, appoggiati da elicotteri e caccia F 16, ma anche aiutati da Israele che fornisce al Cairo preziose informazioni attraverso i suoi sofisticatissimi sistemi di rilevamento satellitare. Nonostante questo imponente apparato, gli egiziani sono stati colti di sorpresa dall’inizio della “vera e propria guerra”, menata ieri dagli jihadisti. Una sorpresa palesemente da collegare con l’appoggio se non pieno, consistente, che i miliziani dell’I-sis riscuotono presso le 10 tribù beduine del Sinai Aleigat, Awlad, Awarma, Ayayda, Ge-beleya, Haweitat, Laeilwat, Muszeina, Quararcha,

Sawarka, Tarabin e Tiyana), da sempre emarginate socialmente ed economicamente dai regimi che si sono succeduti al Cairo e che al Sisi non è riuscito, o non ha voluto, recuperare.

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