Azzollini non è solo: le manovre vaticane sulla clinica col buco

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La cosa che mi ripugna è che alla fine, nonostante tutto il lavoro e l’inchiesta della Procura, il buco nei conti dovrà accollarselo la collettività e i lavoratori”. Bartolo Cozzoli, 40 anni, è un avvocato con studio a Milano, ma lui è nato a Bisceglie, in Puglia dove ha pure fatto il vicesindaco col Pd (corrente lettiana) e dal dicembre 2013 è commissario straordinario della Casa Divina Provvidenza, struttura sanitaria pugliese della Congregazione Ancelle della Divina Provvidenza funestata da un buco da mezzo miliardo di euro. Cozzoli, in sostanza, è l’uomo che ha agevolato l’inchiesta della Procura di Trani, che mercoledì ha portato – tra le altre cose – due suore ai domiciliari, vede coinvolto un uomo vicino alla Curia vaticana come Giuseppe Profiti e sta facendo impazzire Renzi per la richiesta d’arresto del senatore Ncd Antonio Azzollini, ras della provincia Barletta-Andria-Trani ed ex sindaco di Molfetta.

“È come la Fiat per Torino”. Dai deficienti ai potenti

Li chiamavano “i deficienti” e don Pasquale Uva, ormai quasi un secolo fa, voleva dargli una casa: tra donazioni, lasciti e quant’altro alla fine ce la fece e oggi – con l’aiuto non secondario dei fondi pubblici – la Casa Divina Provvidenza ha tre sedi (Bisceglie, Foggia e Potenza), ospita 800 malati ortofrenici (“deficienti” non si porta più) e dà lavoro a più di 2.500 persone in tutto. “In quelle zone, così depresse, la sua importanza è pari a quella della Fiat per Torino”, spiega Cozzoli. Un bacino di consenso che – dalla morte di don Uva nel 1955 – viene gestito dalle Ancelle della Divina Provvidenza, che poi sarebbero suore. Il risultato, come detto, è un buco da 500 milioni che ha spinto la Procura di Trani, nel 2013, a chiedere il fallimento.

Macchina di voti e di soldi (nelle scatole da scarpe)

La Divina Provvidenza è sempre stata una macchina di voti, in particolar modo per la Dc. Oggi sappiamo che è stata anche una macchina da soldi: la Procura ha scoperto che le suore hanno distratto fondi della struttura per anni e sequestrato 28 milioni transitati per lo Ior e scudati dalle “sorelle” attraverso una fiduciaria. I soldi, dice l’accusa, escono da anni dalla “casa dei deficienti”. Il commendator Lorenzo Leone, che fu per lunga pezza direttore generale, era uso far portare a Roma miliardi di lire infilati dentro scatole da scarpe: allo Ior risultano conti su cui Leone poteva operare intestati a varie confraternite, la cui disponibilità sembra essere poi passata ai  suoi eredi. Una gestione, insomma, non proprio limpida, complicata alla fine degli anni 90 dalla creazione di una sede a Roma (“fittizia”, dicono i pm) su consiglio della vaticana Congregazione per gli istituti di vita religiosa e le società di vita apostolica: è verso quella “Casa Procura” che si involeranno milioni di euro. La “Congregazione delle congregazioni” poi, vista la malaparata, a ottobre 2013 ha deciso di mettere sotto tutela le Ancelle: il commissario vaticano è il vescovo di Molfetta Luigi Martella, che ha dato tutti i poteri al suo vicario – Profiti  appunto – allora presidente del Bambin Gesù e commissario all’Idi-San Carlo di Roma, complesso vaticano noto alle cronache per un buco da un miliardo. Profiti è uomo vicino all’ex segretario di Stato Tarcisio Bertone, la cui stella s’è spenta sotto il regno di Papa Bergoglio.

Le manovre del Vaticano per riprendersi la clinica

Giuseppe Profiti è un personaggio chiave. L’uomo del Vaticano tenta infatti di far nominare un commissario governativo a lui gradito e per farlo gira con metodo nei palazzi della politica. Il modello è quello dell’Idi: tre commissari (tra cui lui), continuità aziendale e, ovviamente, della proprietà vaticana. I debiti? Chi ha avuto ha avuto. La nomina di Bartolo Cozzoli complica questa operazione: Profiti, intercettato col suo collaboratore Mauro Pantaleo, cerca di far nominare “un uomo Bambin Gesù” da affiancare al  commissario e tenersi il direttore generale piazzato lì da Azzollini, vero dominus della struttura da un decennio (“quello non si tocca”, dice, “bisogna garantire ad Azzollini che non viene aperta la notte dei lunghi coltelli contro di lui”). Niente da fare: Cozzoli viene confermato, in solitudine, anche dal governo Renzi e collabora coi pm.

Minacce, nemici e le suore contro. Vita da commissario

La vita del commissario alla Divina Provvidenza di Bisceglie, la sede centrale, non è facile: blandizie (“mettiamoci d’accordo”), velate minacce (“qualcuno potrebbe andare a protestare sotto casa dei suoi genitori”; “tutto quel che firmi finisce sulla scrivania di Azzollini”), violente  proteste organizzate dalle ditte appaltatrici. Cozzoli si ritrova davanti una situazione incredibile: negli ultimi anni, sotto il regno di Azzollini, erano state fatte centinaia di assunzioni (parenti e amici di politici, sindacalisti e potenti vari, ndr) proprio mentre se ne mandavano in mobilità altre centinaia; nella struttura di Foggia, fonti investigative parlano di infiltrazioni della criminalità; “ci sono ditte fornitrici con contratti di 30 anni e che hanno per cliente solo la Divina Provvidenza”; persino il cibo in dispensa andava via a velocità disarmante. Con le suore è stato scontro fin dall’inizio: “Non hanno preso bene la separazione del patrimonio, né il divieto di accedere agli uffici: certe volte, all’inizio, ci si infilavano di nascosto di notte”.

Il baratro vero nei conti inizia proprio con Azzollini. Il suo “golpe” sulla Divina Provvidenza – scrivono i pm – comincia con la concessione di favori. Tradotto: il senatore s’inventa una leggina per congelare il pagamento dei contributi previdenziali ed erariali. Racconta il commissario: “La legge, prorogata di anno in anno fino al 2015, prende le mosse da un piccolo terremoto del 2003 ed è tagliata per essere applicabile solo alla Divina Provvidenza: il rinvio dei versamenti – che non è la cancellazione – li ha convinti di poter spendere e spandere. Io dico sempre che quel terremoto ha fatto un milione mezzo di danni fisici e altri 350 milioni con questa legge”.

Saranno lo Stato e gli enti locali (che non avranno tasse e tributi non pagati) e i creditori privati a cominciare dai lavoratori a pagare il tutto: “Abbiamo tagliato i costi dovunque, a cominciare dagli stipendi di direttori e manager (quelli piazzati in sua vece dal senatore Ncd, ndr). Per i dipendenti arrestati o indagati c’è l’immediato licenziamento o la sospensione e tra poco inizierà l’iter per il sequestro conservativo dei patrimoni di chi ci ha danneggiato”. Il futuro è il tentativo di vendere la struttura ospedaliera (“il bando sarà pubblicato entro luglio”), ma “il prezzo sarà risibile rispetto alle dimensioni del buco”: “Se dovessimo mettere insieme 70 milioni sarebbe un miracolo”.

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