Blue Hope, il diamante maledetto…

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I diamanti sono i migliori amici delle donne» cantava Marilyn Monroe… Esotericamente pietra per eccellenza di grandissimo potere, dall’indiscutibile valore prezioso, ostentato da re e regine proprio come simbolo di forza e dal valore fortemente simbolico.

Pietra dalle qualità magiche (“diamante” deriva dal greco antico “adamas”, cioè “indomabile”), sfuggente alle regole, dispensatrice di grandi fortune e ricchezze ma anche di disgrazie e sofferenze. Suggestione o realtà? Verità o leggenda? Pietra carismatica, fortemente temuta per i suoi poteri misteriosi e occulti. Ogni diamante è come se rispondesse a un suo programma energetico positivo o negativo che non può assolutamente essere cambiato da nessuno.

LA MALEDIZIONE DEL DIAMANTE

Il famoso diamante Hope è diverso da tutti, opera d’arte della natura, dal colore degli abissi, la cui lucentezza non ha eguali e con una caratteristica singolare: donare sofferenza e morte a chi lo possiede.

Siamo nella misteriosa e magica India, dove la storia si confonde con la leggenda, il sacro con il profano, il bene con il male e la materia si fonde con l’energia.

Jean-Baptiste Tavernier, avventuriero francese, nel diciassettesimo secolo entrò in possesso del diamante blu più grande e prezioso al mondo per l’epoca. Quel diamante altro non era che l’occhio di un idolo sacro, la divinità indù Sita, sposa di Rama. La divinità, secondo un’antichissima leggenda popolare, era posta in un tempio sul fiume Colerron e fu rubata da uno schiavo. Lo sventurato non aveva idea di ciò che avrebbe innescato con il suo gesto. Secondo altre fonti fu un sacerdote indù corrotto a rubarlo e come punizione subì una morte lenta e dolorosa. La leggenda vuole che la divinità indiana maledisse chiunque avesse posseduto la gemma riversando in essa tutta la sua ira ed energia negativa. Una scia di sangue e morti atroci si legarono a questa pietra magicamente pericolosa. Il diamante gemello, ovvero l’altro occhio, non fu mai trovato…

La prima vittima fu proprio Tavernier, che andò presto in bancarotta per poi morire durante un viaggio verso l’India che aveva intrapreso nella speranza di risollevare le sue sorti. Prima di morire vendette il diamante al re Luigi XIV nel 1688. Il “Blu di Francia“, come venne soprannominato, subì dei cambiamenti che lo portarono dai 112 carati iniziali ai 69. Luigi XIV lo fece tagliare a forma di cuore per esaltarne la bellezza e lo dono a una delle sue amanti, Madame Montespan, donna dall’animo oscuro, implicata in vicende poco chiare riguardanti veleni ed esoterismo…

Inizio così il maleficio del diamante e il suo percorso di morte e torture. Ormai entrato di diritto nei gioielli della Corona francese, fu la volta della regina Maria Antonietta, che lo ricevette in regalo da suo marito, il re Luigi XVI.

Entrambi finirono sulla ghigliottina durante la Rivoluzione francese.

Non si sa come e per mano di chi, ma dopo diversi anni il diamante ricomparve a Londra, intorno al 1812, ancora ridotto di peso ma più brillante che mai di una luce inquietante e carico di inesauribile energia negativa, che trasmetteva puntualmente ai suoi possessori, non lasciando loro scampo.

Fu acquistato questa volta da un grande finanziere dell’epoca, nella Londra del 1824. Henry Thomas Hope pagò una fortuna l’inestimabile cristallo e gli diede il suo nome e, da quel che si sa, fu l’unico a cui non accadde nulla. Il perché resta un mistero.

Il “diamante Hope“ arrivò cosi nella vita della coppia Lord Francis Hope e Mary Yohe, che puntualmente pagarono caro il suo possesso. La coppia si separò e lei, cantante in carriera, cadde in miseria e morì tempo poco. Non ebbe una sorte diversa neanche un altro suo proprietario, il principe russo Kanitovski, il quale lo donò a una ballerina che egli stesso uccise, in un raptus di follia, la stessa sera in cui fece il prezioso dono. Il principe morì in seguito per mano dei rivoluzionari.

Il gioielliere greco Simon Matharides non fece neanche in tempo a godersi le bellezze del gioiello perché si schiantò sul fondo di un burrone. Suicidio? Omicidio? Non si saprà mai.

Nei primi del Novecento il Blue Hope ebbe un nuovo proprietario, il sultano di Turchia, Abdul Hamid II. L’uomo lo donò a una delle sue amanti, ma quando egli venne spodestato la donna fu decapitata. Abdul Hamid II diventò pazzo.

Cambiarono i proprietari e gli scenari. Il diamante giunse in America tramite il gioielliere Pierre Cartier. Fu poi acquistato da Edward Beale McLean, proprietario del giornale

“The Washington Post”: la sorte della sua famiglia non fu diversa, il diamante seminò ancora morte, disperazione e atroci sofferenze, non risparmiando nessuno. Tutto documentato da archivi storici. Un’intera famiglia sterminata, uno dopo l’altro. Morte violenta. La sua aura negativa sembrò rafforzarsi ulteriormente, alimentandosi dalla lunga scia di morte che lasciava dietro di sé.

Nel 1947 il diamante venne acquistato per un milione di dollari da Harry Winston, un gioielliere di New York. Harry lo mise in un semplicissimo pacco postale e lo spedì allo Smithsonian Institute di Washington, dove tutt’ora è esposto. Nessuno ha mai più osato possederlo né commerciarlo, tanto cattiva era la fama che lo precedeva.

IL POTERE DEL DIAMANTE

Può una semplice pietra trasmetterci energia? Di sicuro esse sono ciò che di più antico esiste sul nostro pianeta; le pietre infatti risalgono a quando la Terra altro non era che una massa incandescente in continua trasformazione.

Il diamante è per natura un minerale carico di energie positive. Dotato di forza soprannaturale, simbolo di lealtà, rappresenta la saggezza divina e per tutti i popoli è il talismano per eccellenza, presente in molti culti religiosi.

Nella cristalloterapia viene usato per creare un collegamento con la mente superiore. Possiede un’energia talmente potente che deve essere utilizzato con cautela e solo da persone che stanno intraprendendo un cammino spirituale. Amplifica le energie e, se non si è sufficientemente motivati alla crescita interiore, può sfuggire al controllo.

Nel 1965 il diamante Blue Hope, il cui colore intenso è dovuto alla presenza di tracce di boro, venne sottoposto a studi approfonditi, e più precisamente alla luce ultravioletta, per essere testato e osservarne le reazioni. Continuò a emettere una luce intensa per diversi minuti, come fosse un carbone ardente, evento raro per un diamante. I cristalli hanno il potere di “assorbire” sia vibrazioni positive che negative della mente umana. Quindi è possibile che in essi possa essere impressa volontariamente una “maledizione”, al fine di tenere lontano ladri e malintenzionati. E se i monaci del tempio indiano avessero fatto lo stesso con il diamante per proteggere la divinità, rendendolo maledetto? Il Blue Hope continua a splendere nella sua teca dotata dei più sicuri sistemi di sorveglianza, ma è ancora avvolto dal più fitto e inspiegabile mistero.

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