Carcere e Mafia: 41-bis per malati gravi contrario al senso di umanità

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Carcere e Mafia- 41-bis per malati gravi contrario al senso di umanità, è una sentenza della Cassazione.

Carcere e Mafia- Negli ultimi anni numerose sono state le sentenze che hanno confermato l’applicabilità del carcere duro per i colpevoli di determinate tipologie di reato, in particolare di associazione mafiosa, sebbene il reo versasse in condizione di salute critiche; fra i provvedimenti più noti, quelli a carico del boss corleonese Bernardo Provenzano, a cui la revoca del 41-bis è stata negata più volte -l’ultima delle quali proprio qualche giorno fa- a causa del concreto pericolo  che, nonostante le sue condizioni fisiche e mentali, potesse ritornare a indirizzare a pieno titolo l’operato delle cosche siciliane se sottoposto a regime di detenzione standard.

Tuttavia, la Cassazione, sottolineando che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, e che “anche quando si è in presenza di esponenti di spicco della criminalità, è necessario equilibrare le esigenze di giustizia, quelle di tutela sociale con i diritti individuali riconosciuti dalla Costituzione”, con sentenza 2013/43890 ha riconosciuto che il quadro patologico di Filiberto Maisano, boss ‘ndranghetista reggino ormai 81enne, e affetto da problemi cardiaci, artrosici e discali, non consente al reo di continuare la detenzione in isolamento.


La sentenza da un lato annulla quanto stabilito dal Tribunale della Libertà di Reggio Calabria il 20 marzo -provvedimento che confermava il carcere duro imposto al boss nel 2010 dall’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano-, ovvero che le cure potessero essere prestate anche in carcere; dall’altro, muove una critica sistematica all’interpretazione della norma da parte dello stesso Tribunale reggino, il quale, non tenendo conto della situazione nel suo complesso, si sarebbe limitato «ad un giudizio di compatibilità ad avviso del collegio soltanto parziale e non esaustivo» fra pena e condizioni di salute. Fatti di certo rilevanti nel giudizio della Corte Suprema, la diagnosi nell’individuo sia di una forte depressione, sia di importanti problemi a livello neurologico, i quali andrebbero ad incidere «direttamente sulla percepibilità della funzione emendativa della pena».

L’ultima sentenza della Cassazione in materia di carcere duro può senz’altro essere giustificata sulla base del singolo caso, che vede un individuo ormai prostrato e non più autosufficiente in una situazione ormai per lui insostenibile, anche perché provocherebbe in lui «sofferenza ulteriore». Tuttavia, non si può non rilevare come da un lato il trattamento riservato al Maisano sia stato molto più benevolo di quello riservato a boss come Provenzano, a parità tanto di quadro patologico che di pericolosità sociale; dall’altro, in riferimento a quanto scritto da Giovanna Maria Chelli (Presidente dell’Associazione Familiari delle Vittime della Strage di Via dei Georgofili) su Il fatto quotidiano del 26 ottobre, la polemica sul 41-bis si/41-bis no per i malati gravi pare innestarsi su una tendenza più ampia e comprensiva che ha visto negli ultimi anni gli schieramenti politici sempre più orientati a delegittimare il lavoro dell’antimafia attraverso provvedimenti di scarso interesse pubblico (tagli ai fondi per la polizia e la magistratura, mancata riforma del sistema di riutilizzo dei beni confiscati, etc.), salvo poi comunicare ai cittadini, tramite “esibizioni muscolari” (per dirla con Gaetano Insolera, penalista) la propria volontà di combattere il crimine organizzato. La sentenza della Cassazione di qualche giorno fa potrebbe innestarsi proprio all’interno di tale shift paradigmatico; una china senz’altro pericolosa.

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