“De Luca impresentabile” La bomba Bindi sul Pd

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Presidente, per favore: se non ti fidi raccogli i computer e i cellulari, ma facci vedere la lista…”. Sono le 13.30, al quinto piano di palazzo San Macuto l’ufficio di presidenza della commissione Antimafia è riunito da pochi minuti, tre rampe di scale più sotto telecamere e microfoni sono già in posizione. Ma Rosy Bindi, la presidente, ha paura degli spifferi perché sa di avere per le mani un documento che è una bomba. Lo consegna ai commissari un minuto prima di scendere in conferenza stampa. Undici pagine che elencano i 17 (poi diventeranno 16, c’è un errore) impresentabili alle Regionali di domani. E lì dentro c’è Vincenzo De Luca. Non per la solita storia dell’abuso d’ufficio che farà scattare la legge

Severino appena eletto, ma per un caso di concussione continuata, roba del 1998 per cui il candidato governatore della Campania ha rinunciato alla prescrizione. Dunque secondo il Codice di autoregolamentazione che tutti i partiti, Pd compreso, hanno sottoscritto, l’ex sindaco di Salerno non è più solo ineleggibile, ma era pure incandidabile.

Nella relazione con cui illustra alla stampa i risultati della commissione, Rosy Bindi il suo nome non lo fa. Tenta la strada dell’impresentabile qualunque, seppure il suo colorito paonazzo rimandi echi dello stato di agitazione interno.

NON HA NEMMENO il tempo di finire il discorso che, su Twitter e sulle agenzie, si scatena il fuoco dei fedelissimi del premier. Quella della Bindi, il coro, è una “vendetta”, è una “lotta personale”, punto e basta. “Posso non abbassarmi a commentare?”, supplica i cronisti che le chiedono di reagire. La attaccano anche alcuni compagni di commissione (il socialista Marco Di Lello, il democratico Ernesto Magorno). La tesi è presto detta: la Bindi ha fatto uso politico del suo ruolo. Dice anche il capogruppo Pd in commissione Franco Mirabelli: “Lo dico

dall’inizio: dare all’Antimafia questo compito è una forzatura. E tirare in ballo un candidato presidente è un condizionamento della campagna elettorale. Si è voluto insistere, è stato chiaro da subito che la questione in ballo era quella”.

Le sette pagine di relazione, la spiegazione articolata su metodi e obiettivi, la sottolineatura dei buchi del codice, la denuncia dei limiti della ricerca, l’appello alla politica. Quello della Bindi diventa un bla bla bla di sottofondo, ormai c’è solo il nome di De Luca, l’intervento a gamba tesa nella campagna elettorale e il rancore della presidente. “Non so cosa scriveranno i giornali dopo i messaggini che riceveranno – sibila fuori dalla sala l’ex direttore di Rainews24 Corradino Mineo, anche lui in Antimafia con il Pd – Ma la notizia è solo una: De Luca non poteva candidarsi e Renzi lo ha difeso lo stesso”. “Ha mentito”, aggiunge Peppe De Cristofaro, Sel, “e quel Codice il Pd lo ha votato solo otto mesi fa”.

Dentro la presidente continua a parlare, cercando di sminuire il pandemonio. “Sono dati pubblici, non riservati. L’unica differenza è che a noi sono accessibili, ai cittadini no”. Ancora: “È una fotografia: dispiace che ci si scandalizzi più per l’indagine di una commissione che per gli elenchi pubblicati dai giornali. Fanno meno paura cento calunnie che un dato di chiarezza”.

ATTORNO i visi sono tesi. Ci sono i sue vice, Luigi Gaetti e Claudio Fava. Il primo, in quota Cinque Stelle, non è soddisfatto per i “risultati limitati” della commissione, ma li considera “un primo passo” e assicura che la Bindi ha “seguito pedissequamente il mandato che le era stato dato”. L’altro, ex Sel ora nel gruppo Misto, è amareggiato per gli attacchi alla commissione: “Tentano di far passare il nostro lavoro come una bega interna alle correnti Pd”. Ma, insiste Fava, “chi parla di una vendetta della Bindi ha la coscienza nera come la pece: mandano avanti le terze e quarte file per dire cose che i dirigenti del Pd non hanno l’ardire di pronunciare”.

Era ancora presto, per la verità. Poi è arrivata la nota firmata da Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani. È a quel punto che la Bindi ha deciso di chiudere così il suo giorno più lungo: “Non posso più tacere di fronte alle accuse dei due vicesegretari del mio partito. Giudicheranno gli italiani chi davvero usa le istituzioni per fini politici, ma certamente non sono io”.

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