Domenico Maurantonio parlano i genitori: “Vogliamo la verità da voi e non dal DNA”

362

Passano i giorni e le settimane, ma la morte del liceale padovano Domenico Maurantonio, precipitato dal quinto piano di un hotel alla periferia di Milano dove era in gita scolastica, rimane un rompicapo. Lo sforzo investigativo è imponente, ci lavorano giorno e notte la Polizia, il Pm milanese Claudio Giltardi e l’avvocato Eraldo Stefani, il Perry Mason fiorentino messo in campo dai genitori della vittima. Ma la volontà di accertare i fatti si scontra con una totale assenza di riscontri e testimonianze.

Le telecamere dell’albergo non hanno ripreso nulla e nessuno, né i compagni di classe, né i professori, né il personale o gli ospiti dell’hotel hanno visto o sentito qualcosa di utile.

POSSIBILE CHE NESSUNO ABBIA VISTO?

Alla mamma di Domenico, Antonia Comin, professoressa di lettere in un liceo di Padova, sembra impossibile: «Chi sa parli», ha implorato la donna, distrutta dal dolore, in ripetuti appelli ai compagni del figlio. Ma anche dopo ore e ore di interrogatorio, convocazio ni in questura a Milano e a Padova, i ragazzi della quinta E del liceo scientifico Ippolito Nievo di Padova, ripetono di non aver visto né sentilo nulla.

Al massimo riferiscono elementi rii contorno. La nottata di bevute. E l’ombra di uno scherzo atroce ai danni di Domenico: una dose rii lassativo disciolta nel suo bicchiere. Elementi importanti, ma insufficienti a completare il quadro degli eventi. Domenico precipita con addosso solo una maglietta, ma accanto al suo corpo si trovano slip e pantaloncini, come se qualcuno ce li avesse appoggiati. Il medico legale rileva sul suo braccio un livido, come se qualcuno lo avesse afferralo per trascinarlo o trattenerlo. Il corridoio del quinto piano presenta tracce di escrementi, come se prima ili morire Domenico fosse stalo preda di un violento attacco di dissenteria.

La Polizia crede sia solo una supposizione senza riscontri il racconto sugli «scherzoni» fatto su Whatsapp da una persona presente nell’albergo: «Il “migliore” di questi scherzi è stato defecare per il corridoio del quinto piano… non contento, uno di questi per fare il figo decide di mettersi sul cornicione per farla dalla finestra… quindi si fa tenere per le braccia dagli amici e ad un certo punto vola giù».

Vero o verosimile, troppo in ogni senso, dicono gli inquirenti, perché tutti possano fare finta di niente. Come se a partire da una certa ora un improvviso black oul interrompesse la narrazione della nottata e impedisse di portarla avanti fino alle luci dell’alba, attorno alle 5.30, ora della presunta morte di Domenico. «Una cosa è certa», sostiene Bruno Maurantonio, padre di Domenico, «non si è trattato di suicidio e nemmeno di un incidente. Sono stato nell’albergo. Cadere da quella finestra per errore è praticamente impossibile». Certo, il suicidio ipotizzato subito dopo il ritrovamento del cadavere, sarebbe stato la soluzione più semplice. Ma a scartarlo non sono stati solo i genitori. Lo hanno escluso amici, compagni di classe, professori e Anna, la sua fidanzata, lutti d’accordo nel descrivere un ragazzo dal rendimento scolastico eccellente, brillante e intelligente, motivalo e pieno di interessi.

«CERTI SILENZI FANNO PENSARE AL PEGGIO»

Tralasciato il suicidio, sul tavolo rimane tutto il resto. Una bravata finita in tragedia. 0 forse qualcosa di più. Come un’imperdonabile leggerezza. 0 come un’inutile cattiveria. «Un fatto inconfessabile», interviene l’avvocato Eraldo Stefani, «che proprio per non essere ammesso e confessato fa pensare a qualcosa più eclatante e grave di quanto si sia potuto finora immaginare». Venerdì scorso i compagni di classe hanno disertato la messa in memoria di Domenico. Molti di loro hanno cancellato i profili Facebook e all’uscita da scuola si allontanano senza concedere nemmeno una battuta. «Pensavo che a questo punto i ragazzi parlassero», dice ancora il padre, «che raccontassero quello che davvero è successo».

Senza il contributo di una testimonianza l’accertamento della verità è affidato all’esilo dei rilievi scientifici e genetici ordinati dal Pm. Dice l’avvocato Stefani: «Ma il desiderio dei genitori è che si possa scoprire la verità non attraverso il Dna ma attraverso il senso civico di chi, a nostro avviso, sa come sono andati i fatti. Il papà e la mamma di Domenico meriterebbero che gli amici di loro figlio rispondes-sei’o al loro desiderio eli verità».

Condividi