I fan di Bossetti scatenati in Tribunale

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«Abbronzatissimo, Massimo Bossetti è abbronzatissimo». «Tiene i gomiti sul tavolo, muove i piedi. È nervoso, si è pettinato col gel». «È in jeans, maglietta e scarpe da ginnastica»: annotata anche la marca, cimancherebbe. Massimo Bossetti, da là dentro: dal gabbiot-to vetrato, «si è girato una volta soltanto per guardare il pubblico alle sue spalle». Già, il pubblico: non solo cittadini della Bergamasca laboriosa che per l’occasione hanno preso un giorno diferie, ma anche napoletani e genovesi e marchigiani. Sono arrivati da nord e da sud e dal centro con la speranza (non pertutti soddisfatta dagli 80 posti a sedere) di assistere al processo. Di guardare lui: Massimo Giuseppe Bossetti, l’uomo filmato sul cantiere mentre in ginocchio viene ammanettato per l’omicidio della bambina. Sarà assolto o condannato? È la domanda di questo genere umano accorso al Tribunale. Vota subito! Mentre lei, Yara: la bambina assassinata, resta la più dimenticata di questa storia nera.

Lo chiamano il processo dell’anno, questo che si è aperto ieri contro il carpentiere di Ma-pello. L’uomo del Dna stampato sulle mutande di Yara tagliate di netto col coltello e che per quattro anni è stato Ignoto 1. L’uomo di quel furgone bianco segnalato fin dalla sera della scomparsa di lei. L’uomo che il giorno dell’arresto ha scelto di tacere anziché gridare la sua innocenza al magistrato. L’uomo che soltanto più tardi ha giurato di non essere l’assassino senzaperòriuscireaconvin-cere chilo accusa, adesso in aula dice di avere fiducia nella giustizia.

A Bergamo sono venuti tutti per lui. Soltanto 80 posti a sedere riservati al pubblico, in questo pubblico processo che ha lasciato fuori tanti «curiosi». Così chi non può assistere al dibattimento che soltanto a settembre entrerà nel vivo, sceglie di prenderne parte. A proprio modo. In piazza. Allora eccoli i fans del presunto assassino che innalzano i cartelli con la scritta «Liberatelo!», «Giustizia per Bossetti!». Si concede alle telecamere e dispensa pillole di saggezza il pingue signore venuto da Forlì: «Noi cittadini non abbiamo letto gli atti ma sappiamo ciò che scrivono i giornali e trasmette la tv: qui non quadra niente. Le accuse non stanno in piedi. Le indagini non hanno né capo né coda». La tv, i giornali, tutti a ripetere lo stesso Vangelo e a incolpare ifamelicimedia. Ma sono gli stessi media e le stesse tv che la difesa dell’imputato vorrebbe in aula. Mentre accusa e parti civili si oppongono.

«Il rischio è la spettacolarizzazione di una tragedia», obbietta il pubblico ministero Letizia Rug-geri. La Corte deciderà il prossimo 17 luglio, quando si pronuncerà anche su altre eccezioni sollevate dai difensori del muratore. Il Dna per esempio. Secondo gli avvocati di Massimo Bossetti sarebbe stato prelevato senza alcuna garanzia difensiva «in quanto non si può dire che (il 15 giugno scorso) quando il sospettato è stato fermato e sottoposto all’alcoltest da cui è stato prelevato il suo codice genetico, non fosse già indagato». Come dire che, forse, il sospettato di un crimine prima di essere pizzicato con la pistola fumante in mano, potrebbe essere stato iscritto nel registro degli indagati. Schermaglie processuali. E se ne vedranno tante in questo dibattimento che Bossetti ha scelto di celebrare pubblicamente. Davanti a giornalisti, semplici spettatori e al cospetto della piazza che non conosce gli atti ma a suo modo disseziona, indaga e accomuna in un vouye-rismo compiaciuto. I grandi assenti, ieri, sono stati i genitori di Yara. I soli a non voler guardare la faccia dell’uomo accusato di averla uccisa. Anche loro, per questo, Ira i dimenticati.

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