I governi dell’euro spingono Atene a un passo dall’addio

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Ieri pomeriggio la Grecia è diventata una nota a fondo pagina della storia dell’euro. La riunione dell’Eurogruppo, il coordinamento dei ministri dell’euro, si è chiusa con un comunicato firmato da tutti i Paesi della moneta unica. Tutti tranne la Grecia, come specifica la nota a piè di pagina. E Atene non poteva sottoscrivere le parole lette dal presidente dell’E u-rogruppo, l’olandese Jeroen Djesslbloem, perché sono parole di condanna per la scelta maturata nella notte tra venerdì e sabato: Alexis Tsipras ha rotto le trattative e annunciato un referendum per il 5 luglio sulle misure di austerità – soprattutto su tasse e pensioni – richieste dai creditori in cambio dell’ultima tranche di aiuti (7,2 miliardi, che sono diventati 15,3 modificando la destinazione di fondi già esistenti). Senza quelle misure approvate e senza quei soldi, martedì la Grecia non rimborserà 1,6 miliardi al Fondo monetario internazionale, si pone fuori dalle condizioni dettate dalla Bce per continuare a ricevere assistenza al sistema bancario (oltre 94 miliardi). E mette più di un passo fuori dall’euro.

È SEMPRE PIÙ DIFFICILE continuare a credere che un accordo ci sarà anche se, in teoria, c’è ancora un minimo di tempo. È cominciata la corsa forse definitiva ai bancomat di Atene per ritirare le ultime banconote europee disponibili, finché ce ne sono. E le condizioni politiche sono degenerate. Tsipras ha tenuto un discorso televisivo per spiegare la sua scelta di chiamare un referendum che contiene l’indicazione di voto: “Io vi chiedo di decidere – con sovranità e dignità, come la storia greca impone – se dobbiamo accettare un pesantissimo ultimatum a subire un’u m iliante austerità senza fine e senza la prospettiva di poter mai reggerci sulle nostre gambe, socialmente e finanziariamente”. E dunque, sollecita il premier alla guida della sinistra radicale di Syriza,

“Dovremmo rispondere a ll’autoritarismo con la democrazia, serenamente ma fermamente”. Presentato così, il referendum ha l’esito scontato.

NEL 2011 l’allora premier George Papadreou voleva usare il referendum per un obiettivo opposto: prima di applicare le misure di austerità in cambio di un pacchetto d’aiuti da 172 miliardi, voleva un mandato popolare forte, per evitare di essere indebolito nei negoziati con Bruxelles dagli attacchi dei partiti greci. Il referendum doveva chiedere ai greci se volevano rimanere nell’euro e nell’Unione accettando i necessari sacrifici o correre il rischio di un d ef a u l t sul debito rinunciando agli aiuti. All’epoca la stragrande maggioranza dei greci era determinata a restare nell’euro a qualunque costo. Ma José Barroso, allora presidente della Commissione Ue, e l’ambizioso ministro delle Finanze Evangelos Venizelos boicottarono il progetto. Venizelos voleva la poltrona di premier, Barroso non poteva accettare che si votasse sull’euro e sull’austerità. Mentre Papandreou tornava in aereo dal G20 di Cannes, Venizelos fece scrivere un comunicato che diceva: “La presenza della Grecia nell’euro è un risultato storico che non può essere messo in discussione”. Cadde così la strategia di Papandreou e anche il suo governo.

OGGI, INVECE, Tsipras sembra chiedere semplicemente la legittimità popolare per portare il Paese verso la bancarotta e fuori dalla moneta unica, anche col rischio di sconvolgere il continente e la vita dei suoi cittadini per generazioni.

Ci sono però ancora molti punti in bilico. Il primo è che, formalmente, i creditori hanno ritirato la loro proposta negoziale alla Grecia. Anche nel tentativo di far svanire l’o g-getto del referendum. Il secondo punto è che il Parlamento greco deve riunirsi per votare la proposta di Tsipras di indire il referendum. Da tempo ci sono pressioni fortissime, da Bruxelles e dalla Germania, per scomporre la maggioranza attuale (Syriza più il piccolo partito di destra dei Greci Indipendenti) e costruirne un’altra con l’ala moderata di Syriza, i liberali di Po Tami e quel che resta dei socialisti del Pasok. È chiaro che se Tsipras non dovesse ottenere il consenso del Parlamento, farebbe la stessa fine di Papandreou e scatterebbe il piano di riserva con un esecutivo più sensibile alle esigenze dei creditori e delle istituzioni europee. Il terzo punto critico è che il referendum si dovrebbe tenere il 5 luglio mentre la Grecia sarà formalmente insolvente verso il Fmi già da martedì. Che cosa possa succedere sui mercati finanziari in questa lunghissima settimana, nessuno può prevederlo.

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