I nomadi latitanti dietro casa: «Erano nascosti alla Massimina»

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Un’area di aperta campagna, la luce di giugno, un campo di fieno appena tagliato. Un terreno e una baracca alla Massimina, nell’estrema periferia ovest che dal Raccordo Anulare si spinge verso il mare, sono stati il rifugio dei due giovani fratelli nomadi fermati ieri per l’incidente avvenuto mercoledì scorso a Boccea. L’area, che appartiene a un privato ed è coltivata, si trova sul-l’Aurelia, non troppo lontano dagli accampamenti della Monachina e di Casal Lumbroso dove vivono i familiari dei rom. La zona da giorni era al centro delle perquisizioni e degli accertamenti di cui davano notizia le forze dell’ordine. Cosa che non può non fare impressione. Basta andare su Google e guardare una mappa di Roma dall’alto: il posto è ad appena un paio di chilometri dall’accampamento del clan Halilovic. Talmente vicino che sembra impensabile che qualcuno non portasse ai fuggiaschi cibo e acqua mentre andava avanti una qualche trattativa sotterranea che portasse alla loro consegna.

TERRENO PRIVATO

Il terreno, dove si sarebbero nascosti subito dopo l’incidente i due nomadi, è stato falciato da poco tempo e la visuale è completamente libera. I giovani sono stati trovati (secondo il racconto della polizia) dietro un covone di fieno. Nei quasi cinque giorni di latitanza i poliziotti hanno effettuato perquisizioni e controlli in baracche e abitazioni. «L’attività – ha spiegato il capo della Squadra Mobile, Luigi Silipo – è stata costante. Questa continua ricerca e le indicazioni della madre ci hanno portato a individuare la zona dove i due fermati si nascondevano». I ragazzi al momento dell’arresto, stando al racconto degli investigatori, sarebbero scoppiati in lacrime. Ma in Questura si sono avvalsi della facoltà di non rispondere alle domande del pm. La procura gli ha contestato il reato di concorso in omicidio volontario.

LA PAURA

«Erano spaventati, non sapevano come fare», dicono nel campo sul cavalcavia della Monachina. La polizia per giorni ha sorvegliato la struttura, anche per paura di eventuali ritorsioni contro i nomadi. Soprattutto alla luce del ritrovamento nei giorni scorsi di quattro bottiglie incendiarie vicino alla fermata Battistini della metro, dove è avvenuto l’incidente mortale. «Abbiamo paura che qualcuno possa passare qui sulla strada e lanciarci qualche bomba incendiaria dentro – dicono i residenti del campo – speriamo non accada nulla adesso che la polizia è andata via». Tra le baracche e le roulotte si rincorrono le voci sui due fratelli: «Cosa accadrà ora?», «Come stanno?».

LAVISITA

Ieri mattina era arrivato anche il fratello di Corazòn, la vittima, che voleva incontrare la famiglia dei ricercati, ma è stato fermato. «Non pensavamo fosse lui. Ci hanno consigliato di rientrare ma se avessimo la possibilità ci piacerebbe incontrare i parenti della donna uccisa – dice la sorella dei fermati – Non possiamo che chiedere perdono». La donna sembra avallare l’ipotesi che sull’auto-killer ci fosse anche una quarta persona, il padre. «Se mio padre non gli avesse chiesto di accompagnarlo in ospedale ora non sarebbe successo nulla -dice – Mi chiedo perché non abbia chiamato un’ambulanza come fa ogni volta che ha problemi con il pacemaker. La verità è che ci ha rovinato la vita, mi chiedo come gli sia venuto in mente di far guidare il figlio minorenne. Non sa guidare bene, non sapeva quello che stava facendo».

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