I rom ricercati sono a Roma, è il clan che li aiuta a nascondersi

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Si nascondono a Roma. Magari nell’appartamento di qualche criminale che ha rapporti con la loro famiglia. La caccia ai due rom minorenni che mercoledì sera hanno centrato come birilli nove persone a Boccea, uccidendo la filippina Perez Corazon Abordo, si fa sempre più serrata. I poliziotti della Squadra Mobile non riescono a stanarli, nonostante abbiano nomi e foto. Sono Antony Halilovic, marito 16enne diMaddalena (l’unica in carcere), e suo fratello Keno, 17 anni.

Sembrano svaniti nel nulla: non c’è traccia nel campo rom della Monachina, dove vivono, né in altri insediamenti della città. Non si consegneranno, sulle loro teste pende l’accusa di omicidio volontario e aspettano di lasciare l’Italia alla volta della Spagna. A rivelarlo a Libero è il presidente dell’Opera Nomadi, Massimo Converso, che dall’alto della sua esperienza riesce a intuire quali potrebbero essere le mosse dei due ragazzi. E lancia un appello: «Chiedo loro di costituirsi. Andrò dalla madre di Maddalena per convincerla a consegnarli».

RETE RAMIFICATA

Perché dietro la latitanza dei fratelli Halilovic ci sarebbe proprio il loro clan. «La famiglia Halilovic, di origine bosniaco-montenegrina, è arrivata in Italia negli anni ’80, e ha creato una rete ramificata che va da Torino a Palermo», spiega Converso. «I loro rapporti non sono limitati al clan: hanno anche agganci con la Camorra, perché si occupano di affari non molto puliti». Grazie a queste conoscenze starebbero godendo della protezione necessaria per sottrarsi all’arresto. «Lo so per certo che non si nascondono in un campo rom» rimarca il numero uno dell’Opera Nomadi, «ma in qualche appartamento della città. Al limite dormono in macchina.

Aspettando il momento giusto per scappare in Spagna, dove c’è il più alto numero di latitanti rom». Oltre che di protezione, i due godrebbero di aiuti pure nel reperire documenti falsi.

A differenza di quanto continuano a sostenere i familiari dei fuggiaschi, nel sottobosco dei nomadi tutti sanno che su quella macchina lanciata a 180 all’ora c’erano solo i ricercati e Maddalena. «Dalle notizie in nostro possesso non c’erano maggiorenni nella vettura» assicura Converso. Non solo la polizia non crede agli Halilovic, ma neppure gli stessi rom. T anto più che sul piano investigativo non ci sono riscontri su quello che dichiara il padre di Antony, Bahto («c’ero anch’io sulla macchina») né sul racconto della moglie Maddalena.

La ragazza, ora nel carcere minorile di Casal del Marmo, ha confessato al gip: «Eravamo in quattro, guidava Antony, a fianco mio suocero, dietro io e un altro. Stavamo correndo, ho urlato “rallenta, che cazzo fai”, lui niente. Bahto ha seri problemi di salute, lo stavamo accompagnando in ospedale quando abbiamo incrociato una volante che ci voleva fermare. A quel punto Antony ha accelerato ancora di più, ha zigzagato tra le auto e poi ha superato a destra un piccolo autobus» . Il racconto di Maddalena prosegue: «Poi ho sentito un forte botto, avevamo appena travolto delle persone». Perché non si sono fermati all’alt della polizia? «Eravamo senza patente, alla guida un minorenne. Mio marito e l’altro sono scesi e corsi via, io ho provato a fuggire poi sono tornata. Mio suocero è sceso per ultimo, confondendosi tra la gente».

«PERSONE INDEGNE»

E anche Batho, ieri, ha ritrattato la storia raccontata in tv, quando diceva che era ubriaco  alla guida e Maddalena e Antony non c’entravano niente: «Non guidavo io, ho mentito per difendere mio figlio. In auto eravamo in quattro». Giura poi di non sapere dove siano i ncercati. Il presidente dell’Opera Nomadi, però, è convinto non solo che Batho non fosse sull’auto, ma pure che sappia dove si siano rifugiati i figli: «Li stanno coprendo, come si fa nei clan.

E il loro è molto forte, tanto che sono riusciti a cacciare a calci dal campo alcuni rom che parlavano con la polizia». Per Converso la responsabilità di ciò che è accaduto è legato «al troppo giustificazionismo, anche istituzionale. Bisogna smetterla con l’antirazzismo e con le associazioni che ci guadagnano. Per risolvere il problema dei rom bisogna mettere in regola gli operai del ferro e i mercati abusivi». E bisogna farlo subito, perché la tensione sociale sta salendo. Ieri, dopo le molotov ritrovate vicino al luogo dell’incidente, uno zingaro è stato aggredito in una rosticceria del Laurentino. L’uomo è stato accerchiato da otto romani che l’hano minacciato: «Ti facciamo pagare quello che è successo a Boccea». Lui è corso via, impaurito. Mentre il sindaco Marino mette per una volta da parte il buonismo: «Spero questi criminali siano catturati e puniti dalla giustizia italiana nel modo più severo possibile: sono persone non degne della nostra società».

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