Il covo di Totò Riina diventa una caserma dei Carabinieri

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Ci sentiamo particolarmente privilegiati di poter lavorare in questa caserma: è un grande segnale per tutti gli italiani onesti», dichiara a Gente il luogotenente Ciro Musto, 55 anni, comandante della stazione dei carabinieri nel quartiere Uditore, a Palermo. Ha tutte le ragioni di essere fiero del suo comando: lo esercita, infatti, nella villa che per 24 anni è stata l’abitazione, durante la sua latitanza, di Totò Riina, ex boss della mafia [l’edificio era di proprietà dei costruttori Sansone, ai quali è stato confiscato per la protezione data al criminale, ndr], e che dal 9 maggio è diventata un presidio dell’Arma al servizio della legalità. «Siamo in via Bernini 50/A, non al numero 54», precisa Musto, correggendo così la notizia pubblicata finora dai giornali.

Il  luogotenente («È il grado più alto riservato ai marescialli», spiega) può permettersi di essere preciso. Lui la trasformazione della palazzina, fuori della quale il 15 gennaio 1993 Riina fu arrestato dai carabinieri guidati dal capitano Ultimo, l’ha seguita passo dopo passo. «La prima volta che ci ho messo piede mi ha preso un po’ di commozione per tutto quello che significava quel passaggio di proprietà», confessa. E poi racconta: «È una villa di 380 metri quadrati, divisi su due piani, sei stanze di sopra con le camerate e nove uffici nella parte di sotto». A pianterreno, l’ufficio del comandante Musto si trova in quella che una volta era la camera da letto del padrino. «Nel linguaggio mafioso è il più grande smacco che un boss possa subire», ha sottolineato il ministro dellTnterno Alfano il giorno della consegna della palazzina all’Arma.

Il rifugio del latitante Riina ha subito altri cambiamenti: «La piscina è diventata il nostro archivio, ricavato all’interno della vasca poi chiusa da pareti e coperta da un tetto». E, soprattutto, la caserma è stata intitolata ai carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, assassinati da Cosa Nostra nel 1983 con un’auto bomba, che uccise anche il giudice Rocco Chinnici e Stefano Li Sacchi, il portiere del palazzo in cui viveva il magistrato. La gente del quartiere Uditore come vi ha accolto? «Mostrandoci la loro grande soddisfazione».

Se ne compiace perfino il prefetto Umberto Postiglione, 64 anni, il direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati alla criminalità organizzata. «La consegna ai carabinieri della villa in cui si nascondeva Riina è un fatto eccezionale. Ma non è il solo», rivela. «Dal 18 giugno 2014 al 23 marzo di quest’anno, cioè in nove mesi, abbiamo consegnato in tutta Italia circa dieci beni al giorno appartenuti alla mafia. Ed entro il 18 giugno ne metteremo a disposizione altre centinaia».

Il conteggio delle proprietà confiscate alla criminalità si può consultare sul sito www.benisequestraticonfisca-ti.it. Al momento sono in totale 6.838 e riservano una sorpresa: se al primo posto figura la Sicilia con 2.928 beni posti sotto sequestro e al secondo troviamo invece la Campania con 787, al terzo compare la Lombardia con ben 735 confische. Fanalini di coda la Valle d’Aosta e la Basilicata, ferme ciascuna a sette.

Un gran lavoro, con una pecca. «All’Agenzia, su tutto il territorio nazionale, lavorano solo 99 persone», denuncia Postiglione. «Il mio obbligo principale, dunque, è ringraziare i miei collaboratori per i risultati raggiunti: nella pubblica amministrazione non c’è un solo esempio di un incremento di produttività strabiliante come il loro». Chi deve se lo ricordi e prenda i giusti provvedimenti.

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