il fax che inchioda le poste, adesso la procura indaga

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La richiesta è partita ieri: il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, vuole acquisire dalla Corte dei conti l’esposto su Poste Italiane e la “struttura” che controllava, schedava, spiava gli addetti al controllo del servizio di qualità. Dopo l’inchiesta a puntate, pubblicata in questi giorni dal Fatto Quotidiano, la procura romana nei prossimi giorni valuterà l’esistenza di profili penalmente rilevanti e l’eventuale apertura di un fascicolo d’indagine.

GIÀ NEL GENNAIO 2014 e poi tre mesi dopo – con un articolo di Daniele Martini – Il Fatto aveva rivelato che Poste Italiane aveva più volte individuato diversi nominativi dei suoi controllori, incaricati dalla Izi spa, di verificare il servizio di qualità di Poste. Il sistema di controllo prevede che una rete di circa 400 collaboratori – formata da chi spedisce la corrispondenza, il dropper, e chi la riceve, il receiver – controlli in quanto tempo viene recapitata la posta.

La Izi viene incaricata da Agcom di certificare la qualità del servizio di Poste che, a sua volta, paga la società di controllo 1,2 milioni di euro per un servizio triennale. Poste s’è infatti impegnata con il governo, attraverso un contratto, a consegnare la corrispondenza con parametro d’efficienza. Lo sforamento del parametro pattuito costa a Poste Italiane una sanzione di 50 mila euro per ogni mezzo punto percentuale, fino a 500 mila euro annui, ed è proprio il mantenimento degli standard di qualità che spinge lo Stato ad affidare a Poste italiane, per una media di 300 milioni annui, il servizio di posta universale.

Il punto, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, è che droppers e receivers sono stati schedati e controllati per anni – dal 2006 al 2010 in base alle email interne a Poste che il Fatto ha potuto visionare – proprio per controllare chi certificava il servizio di qualità, sia della Izi spa, sia della Wpc, l’altra società che negli scorsi anni ha verificato la qualità del servizio. Quest’ultima è incaricata direttamente da Poste, non dallo Stato, quindi la sua certificazione ha soltanto un valore interno. Sia per quanto riguarda Izi, sia per quanto riguarda Wpc, una rete di funzionari di Poste Italiane monitorava, schedava, spiava fin dentro la buca delle lettere, il comportamento dei controllori. Ma c’è di più.

Il Fatto Quotidiano è in grado di mostrarvi (vedi foto) una delle schede relative al monitoraggio che compare tra i documenti che la nostra fonte – per il momento preferisce restare anonima, ma ha presentato un esposto alla Corte dei conti ed è disponibile a confermare tutto dinanzi all’autorità giudiziaria – ha archiviato in questi anni. La scheda riporta nome e cognome del dropper – che non riveliamo per motivi di privacy – e secondo la nostra fonte era inserita in una busta da lettera destinata al receiver.

Qualcuno ha aperto la busta e ne ha inviato il contenuto per fax, che riporta l’intestazione di un “cpo” di Poste Italiane, riproducendo l’immagine della scheda di rilevazione, che a sua volta riporta data e orario di spedizione: 21 ottobre 2008, ore 16.00. Il nome della dropper in questione compare negli elenchi – allegati alle migliaia di email interne di Poste Italiane che la nostra fonte ha archiviato per anni – insieme a quello di molti altri nominativi schedati con la dicitura “elenco droppers & receivers Moneo/Izi”. E proprio dalle email archiviate si scopre che Poste Italiane intercettava anche i rilevatori della Ipc, la società che controlla il servizio di qualità a livello mondiale, contattandoli personalmente. Siamo nell’ottobre 2007 la Ipc scopre che qualcuno, interno a Poste, ha contattato i receivers che ricevono la corrispondenza dall’estero. E lo scopre da Londra.

È DALLA CAPITALE del Regno Unito, infatti, che il 9 ottobre 2007 parte una email: “Sembra che ci sia un problema in Italia e desideriamo portarlo all’attenzione di Ipc”, scrive un manager londinese, addetto ai controlli della società Research International. “Alcuni membri del panel – continua -hanno ricevuto la visita di un ‘supervisore ufficio postale’ o una chiamata dal ‘direttore’ del locale ufficio postale. Questi individui non hanno detto nulla in merito all’indagine Unex (il rilevamento di qualità del servizio, ndr) ma hanno fatto domande sulle procedure postali del membro del panel. Per esempio, è stato chiesto di quando sono andati a prelevare la posta, se lo facevano ogni giorno, se qualcun altro lo ha fatto per loro e così via”.

Ma come poteva Poste Italiane, anche in questo caso, conoscere i nominativi dei suoi controllori? Un fatto è certo: erano stati individuati. A sua volta, il responsabile della Ipc, contatta via email due funzionari di Poste Italiane: “Potete per favore fornire maggiori informazioni sul problema? È inaccettabile in Unex che il personale cerchi di influenzare i membri del panel”. Il funzionario di Poste Italiane, il 16 ottobre, scrive ai suoi colleghi una email intitolata “stupidità internazionale”: “È inaccettabile che lo staff di qualunque operatore postale contatti o provi a influenzare un panellista la cui identità è segreta per ovvie questioni di integrità del sistema di monitoraggio.

Non dovrà accadere mai più”. È lo stesso funzionario che però, in decine di altre email, illustra addirittura una procedura per tenere sotto controllo i “noti invii” e le “lettere test”. Poste Italiane in questi giorni ha sempre negato di aver mai violato la segretezza dei controlli di Izi e Wpc e di non conoscere l’esistenza di una procedura interna denominata “noti invii”. Il Fa t to ha chiesto a Poste di commentare la vicenda appena descritta, che riguarda i controlli internazionali di Ipc, ma l’azienda ha replicato che intende spiegare il tutto nei prossimi giorni con una nota.

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