Il killer del gioielliere suicida in cella “in 8 minuti”

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Quando è stato fermato il presunto killer del gioielliere ucciso mercoledì scorso a Roma, il ministro Angelino Alfano ha annunciato il fermo con un tweet. Ora che lo stesso è morto suicida in carcere, dal Viminale nessuno parla. Il silenzio istituzionale viene rotto solo da Matteo Salvini, che con poca delicatezza si affida anche lui allo strumento di comunicazione politica nell’era renziana: “Morte è sempre brutta notizia, ma stavolta non sono troppo dispiaciuto” twitta il leghista. Parole che si commentano da sole.

TRA SILENZI imbarazzanti e frasi senza garbo, è questo il quadro intorno alla morte di Ludovico Caiazza, fermato per aver ucciso Giancarlo Nocchia, il gioielliere morto a 70 anni durante una rapina quasi una settimana fa. Caiazza ha avuto una vita diversa, ai margini. Trentadue anni, un passato con problemi di droga e altri reati alle spalle. Nel 2007 ha trascorso un anno a San Patrignano, la comunità di recupero per tossicodipendenti vicino Rimini come pena alternativa al carcere. Era però già finito in manette per un traffico di cocaina. Anche quella fu una storia con un epilogo terribile: con lui era stata arrestata anche la compagna, Elisabetta, poi morta per una sospetta overdose durante i domiciliari.

Ludovico Caiazza è stato fermato due giorni fa su un treno per Latina, tradito da una telefonata fatta dal cellulare rubato alla vittima. Aveva con sé una pistola e una busta con alcuni gioielli. Così è stato portato a Regina Coeli. È stato visitato dai medici del Sert e poi dalla psicologa, che l’avrebbe trovato in “forte stato d’agitazione”. Questo, insieme col suo passato, hanno fatto optare i vertici del penitenziario per una cella singola, sorvegliata ogni 15 minuti. Forse troppi: ne sono bastati otto dall’ultimo controllo – secondo quanto raccontano fonti del Dap – perché l’uomo avesse il tempo di legarsi al collo un lenzuolo e togliersi la vita.

AVREBBE RIPETUTO agli agenti che non voleva uccidere il gioielliere. Forse pensava di averlo solo ferito quando, dopo la rapina durata 12 minuti, sarebbe iniziata una colluttazione e lui avrebbe colpito – secondo i pm – alle gambe la vittima con un coltello. E infatti il gioielliere – mentre il killer scappava – è morto non per la coltellata, ma perché era stato colpito in testa con un posacenere. Anche se, una volta a terra, la vittima sarebbe stata colpita di nuovo.

“Spesso riusciamo ad evitare situazioni del genere – dice una fonte del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – nel suo caso però la situazione è stata aggravata dal peso dell’u om o”: 80 chili per 1.82 di altezza.

Sarà la magistratura romana, che ha aperto un fascicolo per ora senza indagati né reati, come pure ha fatto il Dap, ad accertare la dinamica del suicidio. Oggi verrà fatta l’autopsia. Inoltre bisognerà chiarire anche la posizione degli agenti penitenziari. Quella sera infatti a sorvegliare il settimo reparto del carcere, nella sezione “nuovi giunti”, che contava 120 detenuti, c’erano due soli agenti in servizio: uno al piano, l’altro al controllo al cancello di ingresso alla sezione.

UNO DI LORO era in servizio dalle 7.30 del mattino. Dopo 15 ore di lavoro, alle 22.30, ha fatto firmare per l’ultima volta Caiazza sul registro. Il 32enne, come detto, si trovava in una cella da solo perché “aveva precedenti per violenza sessuale e aveva una situazione personale di forte disagio. Per questo, per tutelarlo, non era stato messo a contatto con altri de tenu ti”, ha spiegato Santi Consolo, il capo del Dap. Che già ha ricevuto, come il pm Sergio Colaiocco, una prima relazione sul caso.

Intanto ieri, poco lontano, c’era chi piangeva la morte di Giancarlo Nocchia durante i funerali. “Una persona che si uccide per non pagare la pena che gli toccava dopo aver avuto il coraggio di commettere un omicidio mi lascia indifferente”, dice un’amica del 70enne. “Doveva fare la stessa fine di Giancarlo”, aggiunge un residente. Parole di rabbia e dolore questa volta.

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