Il parroco suicida, il vescovo e i misteri

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Dicono che fosse un po’ depresso e che assumesse farmaci, ma le condizioni non erano gravi. In casa hanno trovato psicofarmaci, ma il pubblico ministero che si occupa del caso ha badato più che altro a far sequestrare i computer. Aveva 54 anni, don Carlino. E prima di trovare la chiesa era stata la strada la sua casa.

Poi si avvicinò ai Vangeli, gli anni in seminario e oggi, da 14 anni, era parroco nella chiesa di San Simone, quartiere di Ardenza, a Livorno. Ha scelto di finire la sua strada al campanile della chiesa, dove lo hanno trovato impiccato. Lo ha lasciato scritto in molte lettere, una in particolare al vescovo che aveva deciso di trasferirlo in un’altra parrocchia e che, fino a oggi, sembra il motivo apparente del suicidio: “Caro vescovo, il trasferimento che hai deciso è stato solo l’ultima delle ingiustizie che ho dovuto subire in questi anni. Mi avrai per sempre sulla coscienza”.

POTREBBE chiudersi qui. Poi ci sono le domande alle quali i magistrati devono portare risposte. Don Carlo, che di cognome faceva Certosino, perché è arrivato a una decisione senza uscita per un trasferimento di parrocchia? Avrebbe continuato a svolgere la sua missione in un altro quartiere, Venezia, che dalla chiesa di Ardenza dista si e no cinque chilometri. Non era spaventato, invece, dall’idea di andare più lontano. Ci aveva anche provato, prima con la diocesi di Firenze, poi con quella di Volterra.

E se qualcuno avesse capito l’incubo nel quale era finito, probabilmente gli avrebbero aperto le porte che, invece, sono rimaste chiuse. Il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, non aveva voluto ascoltare ragioni. Fin dall’inizio del suo mandato ha sempre cercato di mescolare le carte, far girare ai parroci diverse zone, per dare modo di affrontare una realtà, quella di Livorno, piuttosto difficile, sia dal punto delle molte etnie che da sempre si incrociano nella città, sia da quello della crisi economica che con gli anni si è fatta sempre più stringente, la città che viveva di porto oggi sopravvive di quell’economia. Questa è la prima domanda.

L’altra riguarda il capire se esistono dei documenti che don Carlo, come scrive nell’edizione fiorentina il Corriere della Sera, aveva ereditato dal suo predecessore e padre spirituale, don Ezio. Scrive il Corriere: “Restare nella chiesa dell’Ardenza per lui significava anche essere custode della sua memoria. Al centro di molti scritti tra il vescovo e don Carlo che sono stati trovati in casa si parla spesso di quel prete ormai malato. E si parla anche dei suoi conti correnti bancari. Nella cassaforte di don Carlo sono stati trovati gli estratti conto della banca, insieme a sette testamenti firmati da don Ezio”.

IPOTESI quella dei soldi che, fino a questo momento, gli inquirenti tenderebbero a escludere, anche se un fascicolo contro ignoti è già stato aperto e quelle carte sono state sequestrate, insieme ai pc. L’unica certezza, quella più evidente, è che don Carlo non volesse proprio accettare il trasferimento che viveva come una ingiustizia, forse l’ennesima a leggere quello che ha lasciato scritto.

E nemmeno i suoi parrocchiani, qualcosa come trecento persone, che quando hanno scoperto quello che era accaduto hanno assediato il vicario del vescovo, don Ivano Costa, in cerca di risposte che nessuno ha fornito. Preferiva andarsene altrove, in un’altra città, che subire un trasloco che non voleva. Così, come ultima scelta, quella di ammazzarsi. È salito sul campanile e si è impiccato con una corda. Non voleva che a trovarlo fosse la perpetua che da anni lo seguiva: sui gradini che portano al campanile aveva lasciato un biglietto: “Laura, chiama il 118, non voglio che sia tu a trovarmi”.

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