Il Pd: persi i moderati Ma la sinistra: risultati peggiori della Ditta

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ROMA Già il modo di convocazione della direzione del Pd ha destato polemiche interne. L’appuntamento è per lunedì, e si annuncia una di quelle riunioni non proprio distese. «Ma come si fa a convocare l’organismo tramite conferenza stampa, come hanno fatto al Nazareno?», hanno subito criticato quelli della minoranza, con l’aggiunta ancora più polemica: «Lunedì siamo prima dei ballottaggi, allora delle due l’una: o si fanno due direzioni, una finta prima, e una vera dopo i ballottaggi, oppure ripensiamoci bene». Ma di ripensarci, dalle parti renziane, figurarsi.

IL CLIMA

L’aria che tira è di quelle da redde rationem, come anticipa Roberto Giachetti, renziano ultrà: «In direzione porrò il problema di come si sta nel partito e nei gruppi parlamentari. Non si può continuare con chi vota sistematicamente contro i provvedimenti del proprio governo come se nulla fosse e senza conseguenze. E poi, abbiamo presente che siamo andati al voto con esponenti anche in vista del Pd che dichiaravano apertamente che Renzi è un problema per la democrazia, che è in atto una svolta autoritaria e che la legge elettorale la favorisce? E poi ci lamentiamo se gli elettori non vanno a votare». Ma non saranno tanto, o soltanto, i richiami all’ordine o le misure disciplinari, i temi al centro della direzione di lunedì. Stando alle premesse, il tema di fondo sarà l’analisi del voto legato alle prospettive.

LE PROSPETTIVE

In una parola: il Pd è arretrato elettoralmente per emorragia di voti a sinistra, oppure per non aver intercettato i consensi moderati? In altri termini: voti persi per non aver proseguito sulla strada del Partito della nazione, o perché non si è stati ancorati all’ipotesi socialdemocratica, alla Ditta? Più di uno studioso di risultati elettorali ha fatto notare che proprio nel momento in cui Forza Italia è risultata terza se non quarta nella classifica elettorale, il Pd renzia-no non solo non è riuscito a intercettare consensi moderati, ma ne ha persi di acquisiti in precedenza. Con l’aggiunta aggravante della cosiddetta «sinistra masochista» che, Liguria docet, con la propria presentazione è riuscita a galvanizzare il fronte forzista fino a farlo addirittura vincere. Spiega Giorgio Tonini della segreteria: «L’azione suicida della sinistra ex Pd, seguendo un istinto infantile e narcisistico, è riuscita a far vincere il centrodestra. Che senso ha spezzare il filo del confronto interno per intraprendere avventure solitarie per poi racimolare un radioso 8 per cento?».

LE POSIZIONI

Valutazioni contestate dalla minoranza. Qui si oscilla tra la battuta che il Pd renziano sarebbe tornato alle percentuali della famigerata Ditta, all’analisi accorata, e polemica, dei Fassina, dei Cuper-lo, che invitano a «non chiudere gli occhi di fronte ai voti persi a sinistra», a fare «una analisi seria». «Per dirla con una battuta da film americano, “Renzi abbiamo un problema”», ironizza Cuperlo, che dopo avere ribadito che «la scissione non è il nostro obiettivo» chiede «una riflessione seria che deve partire da Renzi», avendo ben chiaro che «ci vuole un po’ più di sinistra e un po’ meno partito della nazione». Critico anche Nico Stumpo: «Non sfondiamo al centro e soffriamo a sinistra, dunque serve una riflessione». Battaglieri i propositi di Alfredo D’At-torre, che rilancia il tema di sottoporre agli iscritti il programma del Pd, «visto che gli elettori non hanno mostrato di gradire un programma che anzi hanno avvertito estraneo se non ostile. E per favore, non ci si venga a chiedere disciplina nei gruppi parlamentari».

Le premesse del confronto aspro ci sono tutte. Così come la risposta della maggioranza che non si limita a sbandierare il caso Liguria come emblematico di una sinistra che fa vincere la destra, ma va oltre: quando, in passato, si erano aperti vuoti a sinistra, c’era sempre qualcuno che riusciva a colmarli (Rifondazione); in questa tornata, invece, le formazioni a sinistra del Pd sono andate male se non malissimo, come gli stessi protagonisti hanno ammesso. Per tutti Antonio Ingroia, tra gli ultimi che tentarono un progetto alla Syriza italiana: «Il progetto della sinistra radicale è fallito. I risultati sono deludenti. Bisogna ripartire da capo, e per farlo alcuni impresentabili politici a sinistra si devono fare da parte».

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