Il Tesoro rivela: stipendi statali tagliati per 35 miliardi

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Che cos’è l’austerità? Ieri, con nettezza straordinaria, lo ha spiegato – per quelli che pensano sia una cosa che riguarda la Grecia e per quelli che si sdilinquiscono per la spending review – l’Avvocatura dello Stato grazie ai numeri messi gentilmente a disposizione dalla Ragioneria generale dello Stato, cioè dal Tesoro: ai dipendenti pubblici italiani, per dire, l’austerità è costata minor stipendi ad oggi per 35 miliardi complessivi (al lordo delle tasse).

ANDIAMO con ordine. Si parla del blocco degli stipendi degli statali, deciso da Mario Monti nel 2011 e poi confermato da tutti i governi compreso quello attuale. In sostanza, i lavoratori del settore pubblico hanno visto rinnovare il loro contratto l’ultima volta nel biennio 2009-2010, da allora non recuperano nemmeno l’inflazione. A fine giugno, la Corte costituzionale è chiamata a pronunciarsi sull’ennesimo ricorso contro le proroghe del provvedimento: uno già lo respinse due anni fa sostenendo che un sacrificio temporaneo andava sopportato, ora però gli stipendi sono bloccati da sei anni. L’aggettivo “temporaneo”, insomma, è forse troppo ottimista.

Come che sia, stavolta la Ragioneria generale – per evitare le polemiche seguite alla bocciatura del blocco delle pensioni (costo: 17,8 miliardi secondo il Tesoro) ha dato all’Avvocatura dello Stato i numeri per circostanziare la sua memoria alla Consulta. Eccoli: “I rilevanti effetti finanziari derivanti dall’intervento normativo sono evidenti. Ed infatti l’onere conseguente per il periodo 2010-2015, relativo a tutto il personale pubblico, non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi di euro, con un effetto strutturale di circa 13 miliardi di euro, a decorrere dal 2016”.

In sostanza, lo Stato ha “risparmiato” poco meno di 2,5 miliardi l’anno distruggendo il potere d’acquisto dei salari dei suoi dipendenti, teoricamente difeso dalla Costituzione. Teoricamente, si dice, perché – come rimarca l’Avvocatura – ora la Carta difende pure il pareggio di bilancio: “Di tali effetti non si può non tenere conto a seguito della riforma costituzionale” che “ha riscritto l’art. 81, a partire dalla disposizione secondo la quale lo Stato assicura l’equilibrio fra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”.

È IL PAREGGIO di bilancio contenuto nel cosiddetto Fiscal Compact e ratificato tra mille grida di gioia in Parlamento nel 2012. Ora la Consulta è avvisata, nelle intenzioni del governo, sugli effetti di una eventuale sentenza negativa. È anche vero che, avendo già promosso il blocco una volta, è difficile che i giudici delle leggi lo cancellino dall’inizio: alla peggio si limiteranno a sancirne la fine ricordando il carattere “temporaneo” di questo genere di norme.

Risultato: il monte salari della P.A. rimane a 160 miliardi circa, 13 in meno (l’8%) di quanto dovrebbe essere anche solo per recuperare l’inflazione. Questo avviene su stipendi che mediamente – da tabelle Aran – nel 2010 si aggiravano sui 22mila euro lordi l’anno: per questo lavoratore-tipo il danno ammonta a oltre 2.200 euro sul salario annuale e circa 8.000 in totale (lo stipendio più basso, ovviamente, si rifletterà anche sulla pensione). Eccola, l’austerità, che qualcuno chiama “svalutazione interna”. Il motivo è semplice: per riequilibrare squilibri interni a un’unione monetaria, l’unica cosa svalutabile è il lavoro.

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