“Ilva, noi abbandonati dallo stato: Meglio chiudere che morire”

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Alessandro Morricella aveva 34 anni ed era un operaio Ilva. È morto venerdì dopo quattro giorni di agonia, bruciato vivo dalla ghisa incandescente che ha divorato il suo corpo, senza risparmiare un centimetro. Si muore ancora così nel siderurgico più grande d’Europa e più inquisito d’Italia.

Alessandro era un aìtofornista, proprio come gli operai nella Londra di Charles Dickens. “Tu che sei una giornalista nata e cresciuta a Taranto, per favore racconta anche la storia degli operai che non urlano, che vogliono vivere da cittadini onesti, che vogliono avere una famiglia mettendo a monte anche la salute e la vita”. Ecco la lettera di un collega, di un amico. Cresciuto in quell’altoforno con Alessandro.

Mercoledì 10 giugno. Ciao Valentina, le condizioni di Alessandro sono tragiche. Il mio amico, fratello, ha il sistema nervoso centrale completamente andato e gli organi interni seriamente danneggiati. Oltre alle ustioni sul 90 per cento del corpo. Lo tengono in vita con il macchinario. Giovedìll giugno. Alessandro ha resistito un’altra notte. In fabbrica hanno aperto un’indagine. Sono arrivati gli ispettori e stanno pressando molto per raccogliere informazioni e per accertare cause e responsabilità dell’incidente. Abbiamo saputo che anche la Procura ha aperto un fascicolo. Tra noi operai in reparto il clima è allucinante: adesso ci spaventa anche la routinequotidiana.

Venerdì 12 giugno. Arrivano notizie circa un lieve miglioramento di Alessandro. Anche se la situazione resta drammatica. Una equipe del Gaslini è direttamente arrivata al Policlinico di Bari. Sabato 13 giugno. Se ne è andato.

All’ospedale è venuto uno dei Commissari, non so chi dei tre o quattro. Per portare alla famiglia il cordoglio dell’azienda. Alessandro era un operaio e anche un attivista sindacale. Ci informavamo, leggevamo sempre. Siamo un po’ diversi dal cliché dell’operaio standard (fammi passare il termine) che tutti si immaginano: otto ore e poi a casa senza interessarsi di nient’altro.

In Ilva il concetto di sicurezza si è affacciato negli ultimi anni, in maniera molto più seria del passato, perlomeno a livello teorico. A livello pratico alcune volte – ancora oggi – chi comanda continua a esercitare il modus operandi dei tempi dei Riva. La sicurezza sul lavoro è anche un concetto individuale, certo, da coltivare, ma spesso la gente ha la testa altrove (mi ci metto anche io) subissata dai problemi quotidiani. Non può essere colpa nostra.

Negli ultimi anni dopo le indagini, i sequestri, i vari decreti governativi eccetera, la nostra ansia, la paura, sono aumentate. Pensi allo stipendio del mese dopo, arriverà? Pensi alla cassa integrazione, al futuro che non c’è, la casa, il mutuo, i figli. La distrazione è dietro l’angolo. Io stesso ogni giorno maledico quel giorno in cui sono entrato in Ilva. Avevo solo 21 anni, avevo deciso di interrompere gli studi non solo perché non riuscivo a eccellere, ma soprattutto perché non avevo possibilità di studiare fuori e a Taranto c’erano solo poche facoltà. Passi più tempo con un compagno sul lavoro che con la tua famiglia, siamo entrati tutti giovanissimi qui dentro e abbiamo condiviso gli stessi percorsi: i primi anni spensierati, poi metti la testa a posto, ti sposi, crei la tua famiglia.

Avevamo 21 anni io e Ale quando ci hanno messi sull’altoforno. Essere un altofornista difficilmente si può spiegare all’esterno, non è un lavoro da catena di montaggio, impari a convivere con i 1500 gradi della ghisa, con portate di gas, vento abnorme. Impari a convivere con la paura, quasi a sfidarla. Questo è un lavoro che non si ferma mai, il giorno di Natale lo festeggi con i tuoi compagni di reparto, a Capodanno la mezzanotte la aspetti con loro. Quando uno di essi viene strappato alla vita, ti lascia tramortito.

Con Alessandro parlavamo di questo: lui era cresciuto senza padre e voleva essere per questo un bravo papà. Io lo diventerò a breve ma non sono sicuro che sto facendo la cosa giusta. Spesso ho sentito anche quella sensazione di tradimento verso la mia città, un fardello pesante. Per questo quando esco dalla fabbrica dedico la mia vita a fare qualcosa per gli altri, per i giovani. Per sdebitarmi. Chiedo allo Stato di non far svanire il sacrificio di Alessandro, ricordandolo in nome della sicurezza sul posto di lavoro. Di non vedere l’Ilva solo come una opportunità politica per fare slogan, per il Pil nazionale, lì dentro c’è gente in carne e ossa e alcune volte quella carne e quelle ossa vanno in fumo. La speranza è finita, servono i fatti altrimenti meglio chiudere che piangere altri morti”.

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