Impiegato pubblico in malattia per trafficare coca col Costarica

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In Italia sono migliaia i dipen­ denti pubblici accusati di as­senteismo. Tra questi cam­pioni di furbizia o pigrizia c’è chi presenta certificati medi­ci, chi si affida ai permessi straordinari previsti dalla leg­ ge 104, chi approfittadel congedo parentale per la nascita dei figli. E magari, per arrotondare, pratica un secondo o addirittura un terzo lavoro. Arturo (non pubblichiamo il cognome e altri dettagli personali per proteggere la privacy dei due figli minorenni, particolarmente provati da questa vicenda) ha approfittato di tutte queste norme e da diversi mesi manca dal suo ufficio sul litorale laziale dove, però, risulta ancora in organico.

O almeno questo è quello che sostengono la moglie Maria ed i colleghi. Però Arturo assenteista», pur continuando a percepire lo stipendio da impiegato statale, fa anche l’imbianchino nella piccola impresa paterna e ultimamente sembra aver trovato una nuova occupazione, redditizia, quanto pericolosa: quella di corriere della droga. Il 3 maggio ha preso un aereo con destinazione Madrid e da lì è volato in Costa Rica. Ai conoscenti pare avesse raccontato una storia inverosimile: che stava andando in Austria, Panama e Costa Rica per recuperare 80 milioni di euro «scudati» per conto del Ministero dell’Economia, insieme con due colleghi.

Al Mef non ne sanno nulla e nel piccolo ufficio dove prestava servizio i colleghi sorridono al pensiero di una missione tanto delicata affidata ad Arturo. Al cronista che chiede informazioni sul suo conto rispondono in coro: «Anche a noi piacerebbe averne. Qui ci arrivano solo certificati medici». Ma Arturo, non si sa perché, aveva deciso di cambiare vita. Ha lasciato la famiglia, la piccola casa di proprietà, l’utilitaria ed è partito per il Centro-America. Il 13 maggio ha telefonato a Maria per avvertirla: «Domani torno a casa». Il giorno dopo l’ha richiamata, in lacrime: «Mi hanno arrestato.

Ho avuto un problema con la valigia». Alla signora, per dirla con le sue parole, «sono cadute le braccia». Il marito l’ha supplicata: «Non piangere, dammi tu la forza perché se no io qua crollo». Sullapagina Facebookdelmi-nistero della Pubblica sicurezza costaricana la sera del 14 maggio è stato pubblicato questo comunicato: «La Polizia antidroga ha fermato uno straniero mentre trasportava droga attraverso il principale aeroporto del Paese. Il “burro” (mulo ndr) del narcotraffico è un italiano di cognome C., che trasportava 5.995 grammi di cocaina liquida all’interno diunaborsa idratante. La sacca era occultata all’interno di uno zaino blu».

La camelbak che conteneva la cocaina è prodotta da un’azienda laziale e probabilmente l’organizzazione che ha reclutato Arturo ha base in Italia. Il caso del-l’impiegato-corriere è stato affidato alla procura di Alajuela: è accusato di traffico internazionale di droga e rischia sino a 20 anni di prigione. Detenuto nel penitenziario Gerardo Rodriguez di San José telefona quotidianamente alla moglie. Ma evita diparlare dell’arresto, preferisce discorrere dei piccoli problemi quotidiani, della tapparella da aggiustare a casa, del letto e della coperta che si è dovuto comprare dentro al carcere, del vitto sempre uguale (riso e fagioli), del tempo passato a pitturare le pareti delle celle. «Ha sempre lavorato, lo ha fatto sino al giorno della partenza» ricorda la consorte.

Che non si dà pace: «Mio marito non ha mai avuto problemi con la legge né con la droga». Di certo aveva una certa idiosincrasia per il trantran da impiegato: «Usufruiva dei permessi retribuiti per assistere il fratello malato e aveva anche chiesto il congedo parentale quando è nato il secondogenito» ammette Maria. E i certificati di malattia di cui parlano i colleghi? «È vero, se li faceva fare. Sicuramente si è fratturato un braccio e gli è arrivata almeno una visita fiscale a casa». Il tempo sottratto all’impiego pubblico Arturo lo dedicava all’impresa di famiglia: «L’ufficio gli passava lo stipendio minimo e lui andava a lavorare col padre. A casa non l’ho mai visto: portava i figli a scuola e tornava solo per mangiare». La situazione ideale per nascondere eventuali traffici illeciti. Anche se la moglie rifiuta questa ipotesi: «Il nostro tenore di vita non è cambiato». A Maria non resta che piangere. Però senza farsi vedere dai bambini. «A loro ho detto che il papà non torna perché sta “pittando” un grattacielo».

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