In stazione senza bagni né letti L’Ocse: immigrati state a casa

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Qualche mese fa la rivista panafricana The New African dedicò un numero speciale all’emigrazione. Tra i numerosi servizi, spiccava un appello quasi straziante che suonava più o meno così: cari fratelli africani, non partite. Rischiate la morte per mare e, qualora riusciste ad arrivare vivi, l’esistenza per voi sarà durissima.

Era la pura verità. Adesso, chi non ha prestato ascolto all’appello, la sperimenta come un’abrasione sulla propria pelle. Per esempio gli ottanta immigrati circa giunti a Treviso in questi giorni. Poiché non si sapeva dove ospitarli, la prefettura ha stabilito che fossero scaricati alla stazione. E questo dopo che avevano atteso per ore nei pullman, a cuocersi dal caldo.

Quando finalmente li hanno fatti scendere, ecco che sono stati depositati alla stregua di pacchi postali dentro un ex libreria, uno stanzone chiuso da vetrate, una specie di acquario per esseri umani. Niente servizi igienici, niente letti o materassi su cui appoggiarsi un attimo in cerca di un po’ di sollievo allo sfinimento. Niente di niente: come pacchi dentro un negozio chiuso, per giorni. Solo che gli esseri umani non sono pacchi. Ci sono ascelle e piedi da detergere, fronti e schiene da cui sciacquare via il sudore, vesciche e intestini da svuotare. Come pensate sia possibile provvedere a queste basilari necessità biologiche chiusi in una stazione? Si usano i bagni della stazione suddetta, risponderete voi. Vero, e di sicuro non è un piacere per chi si serve della toilette prima di prendere il treno. Ma il problema è che, alle nove di sera, i bagni della stazione chiudono. E allora dove si va a depositare i bisogni? Ovvio: Inori, sui binari, dove capita e dove il corpo lo permette. Poi si torna dentro, ad accovacciarsi per terra. Situazione a cui, ieri, è stato posto parziale rimedio con alcune brandine.

Vi sembra uno stato degno di un essere umano? Questo succede quando non si riesce a gestire l’emergenze immigratoria: si finisce a trattare la gente da bestia, degradandola.

Come è avvenuto nelle scorse settimane a Ventimiglia con gli immigrati accampati sugli scogli, a Milano con i malati di scabbia in stazione, a Bolzano con gli stranieri respinti dai Paesi confinanti a occupare le strade nei pressi della frontiera. Anche a Padova c’è una situazione simile. Cinque autobus carichi di immigrati sono arrivati in città tre giorni fa. La provenienza è sconosciuta, perché l’identificazione è la principale falla del sistema.

CASI DISUMANI

Alla fine, pure in questo caso, gli stranieri sono stati infilati dove si poteva: in una caserma, per la precisione la Prandina, in centro, dismessa da una quindicina d’anni. Di nuovo, significa niente acqua corrente, niente servizi igienici funzionanti, niente letti su cui riposare. Come bestie, ancora. Ieri sono stati portati alcuni bagni chimici, e gli addetti comunali erano al lavoro per attivare gli allacciamenti. Ma come hanno vissuto gli immigrati nel frattempo? Come a Treviso. C’è chi ha cercato di fuggire, chi si è sentito male ed è stato ricoverato. I sindaci, ad esempio il padovano Massimo Bitonci, si oppongono. Ma non sono loro a gestire i flussi, bensì le prefetture. A Padova è stata individuata un’altra area in cui collocare gli stranieri, un terreno demaniale in cui è prevista la costruzione di una baraccopoli. Di cui ovviamente i cittadini farebbero volentieri a meno, perché il disagio e il degrado restano. Ha ragione allora il governatore veneto Luca Zaia quando dice che «siamo all’immigrazione incontrollata che sta mettendo in crisi il sistema istituzionale territoriale». Questo è ciò che gli immigrati devono aspettarsi appena sbarcati qui: un quadro disumano. Che non dipende dalla buona volontà dei sindaci, ma dalla cattiva coscienza di chi fino a ieri ha teorizzato e messo in pratica l’accoglienza indiscriminata. Il dramma, poi, è che nel lungo periodo non si profilano miglioramenti. Gli immigrati vivono una situazione terrificante appena arrivati, ma restando in Europa non li attendono giorni felici.

I DATI EUROPEI

Lo dimostra uno studio del-l’Ocse chiamato Indicators ofImmigrantIntegration,an-ticipato ieri dalla Stampa. Il quotidiano torinese – sotto la solita patina buonista – ha dovuto fornire una fotografia chiara di quel che dice lo studio Ocse. Cioè che in Europa «gli immigrati hanno molte più probabilità di restare disoccupati, di guadagnare poco e vivere in case sovraffollate e malandate».

Ecco che si realizza ciò che prospettava la rivista New African. Gli immigrati vivono male non solo quando arrivano come clandestini, ma pure dopo, persino in seguito a una regolarizzazione. Il rapporto dell’Ocse spiega, tanto per cominciare, che la maggior parte degli stranieri giunge in Italia per motivi economici (dunque non sono tutti «profughi»).

La gran parte di costoro non vorrebbe rimanere in Italia, e chi può se ne va (o se ne andava prima che i nostri vicini d’Europa si mettessero a respingere chiunque a calci nel sedere). Resta chi non è in grado di trasferirsi, ed è facile dedurre che spesso si tratta di chi ha un grado d’istruzione più basso, di chi ha diffl-coltà con le lingue eccetera. Non a caso, dice lo studio Ocse, «la metà degli immigrati in Italia possiede un basso livello di istruzione. Inoltre, le scarse competenze linguistiche nella lingua italiana impediscono a molti di loro di accedere a lavori più qualificati». Anche chi è qualificato, però, fatica, dato che ci si è messa di mezzo la crisi causando una diminuzione dei posti di lavoro disponibili. Quindi, «per via delle loro competenze relativamente basse, ma anche a causa della mancanza di riconoscimento delle loro qualificazioni, i migranti in Italia occupano spesso posti di lavoro di bassa qualità». E ciò «li espone anche ad un elevato rischio di povertà: quasi un lavoratore immigrato su tre vive in condizioni di povertà relativa».

La tanto decantata «integrazione» è difficile persino per i bambini: «In Italia i tassi di frequenza prescolare sono 10 punti percentuali inferiori tra i bambini che vivono in una famiglia di immigrati». Non solo: «La maggior parte dei figli di immigrati in Italia ha genitori con un basso livello di istruzione, e questo ha un impatto negativo nel loro rendimento scolastico». Tanto che «i figli di immigrati in Italia sono un anno scolastico dietro rispetto ai figli dei nativi in termini di competenze reali». Infine, c’è la questione abitativa: «Gli immigrati tendono a vivere in abitazioni sovraffollate: più di due su cinque abitazioni hanno un numero di camere non suffl-cienti per le dimensioni del nucleo familiare».

Di fronte a dati come questi, tuttavia, la risposta delle grandi menti del nostro Paese (e dell’Europa, e pure della stessa Ocse) è sempre la stessa: serve più accoglienza. I risultati li abbiamo sotto gli occhi: persone trattate – per forza di cose – come animali quando arrivano e sull’orlo della povertà quando restano.

Non stupiamoci allora se c’è chi diventa un criminale e stupra per giorni, a Torino, una ragazza disabile. Se c’è chi beve lino alla prostrazione e poi sgozza un ragazzo italiano incolpevole in un bar di Terni. Se c’è chi, di religione islamica, si radicalizza e vuole distruggere il Paese che lo ospita. Dopo tutto, con le scriteriate politiche che applica, quel Paese è il primo a distruggere se stesso.

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