Intelligenza artificiale: Un’italiana al volante dell’auto senza pilota

372

Sarà possibile sviluppare macchine intelligenti e sicure? Se lo sta chiedendo un gruppo di ricercatori che ha accolto la sfida di Elon Musk, il visionario fondatore di Tesla, preoccupato che le innovazioni nel campo dell’intelligenza artificiale rappresentino una minaccia all’umanità. Fra questi studiosi, c’è l’italiana Francesca Rossi, una dei massimi esperti al mondo in questo campo.

É infatti l’attuale presidente dell’International joint conferences on Artificial Intelligence (Ai), l’associazione che organizza il convegno annuale di tutti i ricercatori sull’Ai, ed È uno dei membri del consiglio di consulenti scientifici dell’istituto Future of life (Fli) fondato a Boston proprio per trovare come mitigare i rischi che le macchine intelligenti possono rappresentare per gli uomini. Insieme a lei nel board ci sono personaggi del calibro dello scienziato Stephen Hawking, l’attore Morgan Freeman e lo stesso Musk, che ha donato 10 milioni di dollari per finanziare la ricerca del Fli.

«Ho conosciuto Musk a un convegno organizzato dal Future of life institute lo scorso gennaio a Portorico —racconta Rossi a. Eravamo un’ottantina di persone e discutevamo di come sviluppare macchine intelligenti che non abbiano effetti collaterali indesiderati sulla società. Musk mi ha dato l’impressione di essere una persona sinceramente interessata al futuro dell’umanità».

In questi giorni la studiosa italiana è ad Harvard dove sta finendo un anno sabbatico. Agosto lo passerà al Future of life institute e poi tornerà alla sua cattedra di Informatica a Padova, dove spera di lavorare anche su un progetto finanziato da una fetta dei 10 milioni di Musk. All’Università di Padova insegna dalla fine del 1998. Nata il 7 dicembre 1962 ad Ancona, si è laureata in Informatica a Pisa, dove ha preso anche il dottorato e ha fatto la ricercatrice per sette anni, con un intermezzo di un anno e mezzo in un centro di ricerca ad Austin, in Texas, fatto grazie a una borsa di studio del Cnr.

«Avevo scelto il corso di laurea in Informatica perché era una materia nuova di cui tutti parlavano e mi sembrava interessante  ricorda Rossi. A scuola non ho mai avuto paura delle materie scientifiche. Francamente non so perché ci sono così poche donne in questo campo, forse è perché non si sa bene di che cosa si tratta. Non lo sanno nemmeno i ragazzi, che però sono attratti dall’informatica perché l’associano ai giochi. Bisogna di sicuro spiegare meglio alle ragazze le opportunità offerte da questo settore, anche perché le donne che ci entrano, riescono molto bene».

Ad Harvard Rossi ha lavorato in un istituto molto particolare, il Radcliffe, che ogni anno accoglie 50 studiosi, ognuno di una disciplina diversa, per farli dialogare e collaborare. «Io sono l’unica informatica e poi ci sono artisti, letterati, filosofi, fisici e così via  racconta. Il mio progetto iniziale era capire le preferenze umane quando non sono espresse esplicitamente: si può farlo analizzando per esempio il flusso di tweet o di post su Facebook e poi creando modelli per interagire con le macchine e ottenere servizi migliori. Ibm ha sviluppato in questo modo un sistema di apprendimento personalizzato per ogni studente».

Ma poi discutendo con gli altri studiosi Rossi si è appassionata degli aspetti etici dell’impatto dell’intelligenza artificiale nella vita di tutti i giorni. Un tema accesissimo dentro e fuori dall’accademia. C’è chi -come Nicholas Carr, autore del libro «La gabbia di vetro: l’automazione e noi» — sostiene che la progressiva automazione di molte funzioni fino a ieri svolte dagli umani ci sta rendendo più stupidi.

«È vero che deleghiamo tante cose alle macchine, ma non è grave  sostiene Rossi . Macchine e uomini sono complementari, io credo, perché sanno svolgere certi lavori molto meglio di noi. Se per esempio noi dovessimo cercare un’informazione nel mare di pagine di Internet senza il motore Google, ci perderemmo. Dall’altra parte per le macchine sono impossibili alcuni compiti per noi semplicissimi, come guardare un’immagine e capire il suo contenuto oppure prendere un oggetto e manipolarlo in mille modi. Possiamo quindi sfruttare in modo positivo questa complementarietà». Un’applicazione già realizzata di questa filosofia spiega Rossi è il sistema e il super computer Watson della Ibm: «Aiuta i dottori nelle diagnosi difficili, perché è capace di analizzare velocemente tutti i dati disponibili su una certa malattia e usarli per il caso da trattare».

Un’altra tecnologia in questo filone, ora in fase di sperimentazione, è quella delle automobili senza pilota, sviluppata da Google, ma anche da Tesla e Uber. «Può salvare la vita di molte persone sottolinea Rossi. Il 90% delle vittime della strada è infatti causato dalla disattenzione degli automobilisti. Solo negli Stati Uniti la metà dei 40 mila morti l’anno in incidenti stradali può essere evitata con le macchine autonome».

Un impatto negativo delle macchine intelligenti sulla società è l’eliminazione di molti lavori anche di tipo cognitivo. «Ma alla fine si arriverà a un nuovo equilibrio, come era successo in passato con la sostituzione dei lavori manuali  scommette Rossi . L’importante è programmare queste macchine in modo che rispettino i nostri valori, così che quando devono prendere decisioni in situazioni complesse lo facciano rispettando le priorità decise da noi umani».

Condividi