Intolleranze alimentari le 6 cose da non fare

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Autodiagnosi, equivoci, diete fai da te, esami farlocchi… Troppi comportamenti sbagliati attorno al tema “intolleranze alimentari”.

L’Allergologo ci spiega cosa sono veramente e come si diagnosticano correttamente

In una recente indagine Nielsen, il 10% degli italiani dichiara di soffrire di allergie o intolleranze alimentari. La stessa indagine evidenzia come nei primi 4 mesi del 2016 i consumi di prodotti gluten free e di latte ad alta digeribilità o senza lattosio sono cresciuti, rispettivamente, del 30,1% e del 6,1%. Secondo la Società italiana di allergologia asma e immunologia clinica (Siaaic) circa il 25% degli italiani pensa di avere un’allergia o intolleranza alimentare, ma in realtà a soffrirne è solo il 4,5%.

AUTODIAGNOSI
«Nella mia esperienza di medico allergologo», spiega Guglielmo Meregalli, allergololo del Centro Medico Santagostino, «9 pazienti su 10 che si rivolgono a me con una presunta intolleranza alimentare hanno problemi di altra natura. Molte persone vengono già con un’auto-diagnosi: raccolgono informazioni sul web, si confrontano con altre persone e e stabiliscono da sole quale alimento è da eliminare. Ma il fai da te è molto pericoloso. Rinunciare alla farina, al lievito, al latte e ad altri cibi senza aver consultato uno specialista può portare a gravi carenze nutrizionali».

NO AGLI EQUIVOCI
«Sgombriamo il campo dagli equivoci, distinguendo chiaramente tra allergia e intolleranza, che non sono affatto sinonimi», aggiunge Meregalli. «L’allergia – una reazione avversa mediata da particolari anticorpi detti IgE – si manifesta quasi subito, bastano pochi milligrammi di un alimento per scatenare reazioni. E per questo motivo è più facile da diagnosticare. L’intolleranza, invece, si manifesta nel tempo ed è meno intercettabile. Qualsiasi alimento, in situazioni specifiche, può causare intolleranze».

NO AL FAI DA TE
«In caso di dolori addominali, gonfiore, dimagrimento, anemia di cui non ci si spiega il motivo, non bisogna assolutamente eliminare cibi a caso solo perché lo si è letto da qualche parte o lo si è sentito da un’amica. Bisogna rivolgersi a uno specialista per un controllo. I medici da consultare sono l’allergologo, il nutrizionista o il gastroenterologo. Ma anche il medico di base può dare indicazioni su come muoversi e a chi rivolgersi. Per un mese, si può provare a tenere un diario alimentare, segnando su un quaderno l’elenco dei cibi che si sono mangiati e i sintomi che si sono riscontrati. Sarà più facile per il medico arrivare a una diagnosi».

NO AGLI ESAMI FARLOCCHI
«I mezzi diagnostici validati dalla letteratura medica internazionale», spiega ancora Meregalli «restano il prick test (test cutaneo), il Rast (esame ematochimico su un campione di sangue) per le allergie alimentari e alcuni esami specifici per le intolleranze alimentari:

– La ricerca degli anticorpi in caso di sospetta celiachia è un test per le allergie e consiste in un semplice esame del sangue per individuare il dosaggio di alcuni anticorpi e altre molecole presenti nel sangue che indicano la sensibilità della persona al glutine. Se i valori sono alti, il medico prescrive anche altre indagini e una gastroscopia per una diagnosi definitiva di celiachia. In questo caso è necessario eliminare del tutto i cibi contenenti glutine dalla dieta.

– Il Breath Test nel caso di problemi con il lattosio: si tratta di una raccolta a intervalli regolari di campioni di aria espirata in un sacchetto di plastica. Se il test è positivo, significa che per carenza di lattasi, enzima che permette la digestione del lattosio, il lattosio stesso non è digerito e causa meteorismo (aria nell’intestino), movimenti intestinali e rumori intestinali e a volte feci molli e urgenza di defecare. In questo caso non è necessario eliminare del tutto il lattosio, ma solo limitarlo: il che significa che solitamente basta evitare il latte, mentre formaggio, burro, panna, gelato, dolci con poco latte sono tollerati senza problemi.
Non c’è altro che sia scientificamente dimostrato: tutta la variegata gamma di esami alternativi, dall’esame del capello a quello della forza muscolare non sono mai stati dimostrati e sono del tutto inutili o dannosi in quanto fanno credere al paziente di avere allergie che non ha».

NO ALLE INTOLLERANZE PRESUNTE

Questo vale per glutine e lattosio. E tutte le altre intolleranze? Come si possono individuare? In primo luogo, bisogna capire se sono davvero tali. «Molto spesso», spiega Meregalli sulla base della sua esperienza clinica, «è solo una forma di colite che passa con un po’ di dieta ed eliminando o riducendo per un po’ i legumi, le verdure ricche di fibre che causano movimento intestinale».
Sempre più spesso, però, si tratta di reazioni psicosomatiche. «Lo stress incide molto sui problemi di digestione e di assimilazione dei nutrienti», aggiunge Meregalli, «Ma questo non deve diventare un processo a un determinato alimento: non è “colpa” del glutine, del lievito, del latte, dei legumi, della carne, dei pomodori… L’importante è variare molto la dieta e tenere sotto controllo la fonte di stress, non il cibo«.

NO ALLE DIETE MONOTONE
«Mangiare sempre le stesse cose perché ci si autodiagnostica un’intolleranza a un serie di alimenti espone ad un rischio correlato al fatto che ogni cibo, anche il più “sano”, è composto da centinaia di molecole, alcune delle quali tossiche», conclude Meregalli. «Si rischia così di essere sottoposti ripetutamente sempre alle stesse sostanze tossiche. Ogni cibo ha pregi e difetti, l’ideale è una dieta la più varia possibile, con frutta, verdure, legumi, latte e latticini, pesce, uova, anche carne, pane, pasta, riso (questi ultimi non in grande quantità). Tim Spector nel libro “Il mito della dieta”, Bollati Boringhieri, 2015, ha analizzato migliaia di articoli pubblicati sulle più importanti riviste mediche internazionali e conclude che sono ben pochi i cibi certamente in grado di danneggiarci, e cioè l’alcol, a qualsiasi dose, il sale da cucina (cloruro di sodio), i cibi molto salati (cosa che invece sfugge all’attenzione dei maniaci delle diete), gli zuccheri liberi (anche quello di canna e anche quello presente nei dolci, biscotti, merendine, bibite), il colesterolo ma solo se in eccesso (una dose moderata è utile) e forse un eccesso di carne rossa (oltre mezzo chilo alla settimana aumenta il rischio di tumore al colon). Niente altro, per il resto la dieta è libera!».

Il CENTRO MEDICO SANTAGOSTINO, poliambulatorio specialistico, è stato inaugurato nel 2009 con la sede di piazza Sant’Agostino. Il progetto è promosso da Oltre Venture Capital Sociale, una società che realizza iniziative di interesse collettivo, privilegiando il ritorno sociale rispetto a quello economico. Questo permette di applicare tariffe calmierate, inferiori del 30-50% al mercato privato milanese.

Il progetto del Centro si propone di interpretare un bisogno sanitario emergente e diffuso: una medicina specialistica di alto livello anche in aree attualmente poco coperte dal servizio sanitario pubblico come l’odontoiatria, la psicoterapia, la logopedia e la fisioterapia, a costi accessibili a tutti, rapida nell’intervento, attenta ai bisogni anche relazionali del paziente.

Il Centro vuole essere qualcosa di più di un tradizionale poliambulatorio: un vero e proprio “luogo della salute” dove le persone si sentano accolte. In questo senso Santagostino pone grande attenzione non solo alla qualità della visita, ma anche all’erogazione di servizi di orientamento e assistenza. Anche in un’ottica di prevenzione e non solo di cura.

QUALCHE NUMERO

– 10 centri medici aperti (9 a Milano, 1 a Bologna)

– 8 modalità di prenotazione (whatsApp, Telefono, Mail, Sms, App, Facebook,Chat, Sito)

– 3 giorni il tempo medio per avere una visita

– 57 specialità ambulatoriali

– 97mila pazienti nel 2016

– 170mila pazienti dal 2009 al 2016

– costo visita specialistica: 60 euro (prezzo bloccato dal 2009)

– costo seduta psicoterapica: 35 euro

– 470 specialisti provenienti dalle più importanti strutture sanitarie

– + 43% di fatturato tra 2015 e 2016

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