Iraq, Isis sbriciola anche Palmira

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La Casa Bianca è “profondamente preoccupata”. E Barack Obama assicura all’America e al mondo che “non stiamo perdendo” la guerra contro il Califfato. Eppure, le notizie che vengono dai fronti del conflitto fanno pensare esattamente il contrario: dopo Ramadi in Iraq, le milizie jihadiste prendono Palmira in Siria. E avanzano suscitando il consenso delle popolazioni sunnite locali, nonostante gli orrori esecrabili di cui si rendono responsabili, decapitazioni e vandalismi. Questo è un conflitto che va a folate: gli integralisti, che parevano inarrestabili, hanno poi incassato alcune sconfitte, hanno perso città e territori che parevano loro acquisiti; da qualche settimana, sono di nuovo all’offensiva, nonostante i droni di Obama abbiano colpito e ucciso alcuni loro capi.

IL PENTAGONO AMMETTE

“lo stallo”, che con la caduta di Palmira può divenire una disfatta: bisogna rivedere la strategia e, alla Casa Bianca, si riunisce un ‘consiglio di guerra’. Mentre gli europei, riuniti a Riga con i partner dell’Est, fra cui l’Ucraina, cercano di evitare d’approfondire il solco delle tensioni con la Russia: di Mosca, c’è diplomaticamente bisogno nel Grande Medio Oriente; e c’è pure bisogno all’Onu, perché non metta i bastoni tra le ruote all’azione nel Mediterraneo contro gli scafisti schiavisti. Di fatto, il sedicente Stato islamico controlla ormai più della metà del territorio siriano, una vasta area desertica su cui insistono nove province, 95 mila kmq -quasi un terzo dell’Italia -comprese zone petrolifere conuna sessantina di pozzi. Palmira, la ‘perla del deserto’, un gioiello archeologico ma anche un centro strategico, è ormai caduta interamente nelle mani dei jihadisti.

La città dista 210 chilometri da Damasco e sorge sull’autostrada che taglia il Paese da ovest a est: decine di soldati di Assad sarebbero stati uccisi e su twitter circolano foto di cadaveri senza testa, militari e civili decapitati. Come nel centro e nel nord dell’Iraq, anche qui i jihadisti hanno la complicità delle popolazioni e delle tribù sunnite. I miliziani, dopo una violenta battaglia andata avanti per ore e che avrebbe fatto decine di vittime, hanno imposto il coprifuoco e hanno preso il controllo del carcere, lasciandone fuggire i detenuti, dell’ospedale, dell’aeroporto e del quartier generale dell’intelli-gence. Tutte queste informazioni non sono verificate: ta tv del regime, al Ekhbarlya, che trasmette da Damasco, assicura che la maggior parte degli abitanti s’è allontanata prima dell’arrivo degli integralisti. L’area monumentale dell’antica Palmira, con rovine romane con oltre mille colonne e torri funerarie incluse nella lista del Patrimonio dell’Umanità del-l’Unesco, è a rischio: con barbarie iconoclasta, i miliziani hanno già provocato danni ai siti archeologici, secondo fonti ufficiali. E la città attuale, Tad-mur, è stata colpita a più riprese dai raid del regime.

IL CONTROLLO DI RAMADI in

Iraq e di Palmira in Siria avvicina il Califfato alle capitali dei due Stati che sta ingurgitando. Nel timore di distruzioni e danneggiamenti nel sito archeologico, l’Unesco avverte che sarebbe “un’enorme perdita per l’umanità”. E, a nome dell’Ue, Federica Mogherini denuncia “un crimine contro l’umanità”.

In un’intervista a The Atlantic, Obama parla di “un arretramento tattico” della forze lea-liste, una delle formule dietro cui, da sempre, i bollettini di guerra mascherano le ritirate o le disfatte. Ramadi, spiega, era da tempo “vulnerabile”, perché le forze di sicurezza irachene non erano adeguatamente “addestrate o rafforzate” – come dire che, lasciati da soli, gli iracheni si squagliano. Palmira non poteva più essere tenuta: i lealisti si riorganizzano su una linea di difesa migliore. Ma il Califfo sogna di riaprire i suoi palazzi, un millennio dopo, a Baghdad e a Damasco.

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