Isis, il terrore è in marcia fermiamolo

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Boots on the ground», dicono gli americani: scarponi sul terreno. Per affrontare e sconfiggere i tagliagole dell’Is, lo Stato Islamico, che hanno conquistato zone strategiche della Libia, probabilmente non c’è altro modo. Boots on the ground. In altre parole: guerra.

Il pericolo è concreto, gli interessi da difendere per l’Italia sono tanti e importanti. La Libia in questo momento è un far west percorso da bande e milizie in lotta tra loro: un “tutti contro tutti” in cui l’Is, l’autoproclamato Stato Islamico del fanatico Abu Bakr al Baghdadi, che già semina morte e distruzione tra Iraq e Siria, sta prendendo pericolosamente piede in alcune importanti città del nord. Tornano nelle cronache più nere nomi ricorrenti nella storia del Mediterraneo: Sabatra, Misurata, Sirte, Derna, e poi l’ultima conquista, Bengasi, dove i terroristi uccidono casa per casa, famiglia per famiglia.An-image-taken-from-a-propaganda-video-uploaded-on-June-11-2014-by-jihadist-group-the-Islamic-State-of-Iraq-and-the-Levant-AFP

L’Italia è in prima linea. Ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: «Il video della bandiera nera dello Stato Islamico che sventola su San Pietro fa parte delle farneticazioni propagandistiche, ma non possiamo sottovalutarle perché la situazione è grave». I tagliagole dell’Is hanno risposto con uno slogan rivolto al “ministro crociato”: «Siamo a sud di Roma». Un militante dello Stato Islamico con un post sul suo profilo Twitter ha sottolineato che “la distanza tra Roma e Sirte è di 1.250 chilometri, un missile scud può arrivare fino in Italia”. Le coste siciliane sono a meno di 400 chilometri da quelle libiche. Ci provò Muhammar Gheddafi, il 15 aprile 1986, 24 ore dopo che Ronald Reagan aveva dato il via al bombardamento di Tripoli e Bengasi. Il dittatore libico ordinò di lanciare due missili con obiettivo Pantelleria: i missili, per fortuna, si inabissarono ingloriosamente a 50 miglia dalle coste italiane.

«L’Is non possiede certo una tecnologia missilistica tale da poterci impensierire», spiega Pietro Batacchi, analista strategico, direttore della Rivista italiana difesa, «e comunque qualsiasi missile ipoteticamente lanciato contro l’Italia verrebbe intercettato immediatamente». Ma a terra, su quanti uomini può contare l’Is in Libia? «Su 2-3 mila miliziani», continua Batacchi, «ma il numero è in crescita. In questo momento Is è un marchio che attrae fanatici». I miliziani dell’Is sono in grande maggioranza giovani, spesso giovanissimi, della zona di Derna, da sempre un’enclave del fanatismo islamista in Libia. Molti hanno combattuto in Siria e ora sono tornati in patria. Per Andrea Margelletti, presidente del Centro studi internazionali, «militarmente l’Is non esiste. Sono miliziani che vanno in giro con jeep su cui hanno montato le mitragliatrici. Fanno scena nei video, ma la loro forza non è nemmeno minimamente paragonabile anche al più piccolo esercito di un piccolo Stato».

Certamente i tagliagole vestiti di nero non sbarcheranno sulle nostre spiagge. «Ma il rischio non si può ignorare», dice Lia Quartapelle, membro dell’ufficio di presidenza della Commissione esteri della Camera. «Se prima in Libia la situazione era già difficile, ora con la comparsa del cosiddetto califfato di Derna, che si è saldato con l’Is, è entrato in scena un nuovo attore, aggressivo e pericoloso. E la situazione rischia di essere ulteriormente destabilizzata».

Secondo documenti riservati, l’obiettivo dello Stato Islamico è quello di fare della Libia una porta aperta sull’Europa, arrivando ad attaccare le navi in transito nel Mediterraneo. C’è poi la minaccia di far riversare verso le nostre coste un’ondata senza precedenti di immigrazione: la cosiddetta “bomba umanitaria”, un’arma sempre utilizzata nelle guerre recenti per creare caos e destabilizzazione. L’Onu, con l’Italia in testa, sta mettendo in campo l’ipotesi di creare campi profughi in Niger e Mali per bloccare le partenze dalla Libia e procedere alle identificazioni. Si eliminerebbe così il pericolo di terroristi infiltrati sui barconi. C’è poi, fondamentale, l’aspetto economico: il 22 per cento del petrolio che arriva in Italia giunge proprio dalla Libia, così come il 10 per cento di gas. L’Eni è il primo partner commerciale della Libia, con un interscambio pari a 11 miliardi di euro l’anno. I giacimenti sfruttati dalla nostra azienda sono in zone non controllate dall’Is, ma se questo dovesse avvenire sarebbe un disastro. «In Libia», spiega Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli, «sono a rischio tutti i giacimenti petroliferi».

Nel Paese, prima dell’inizio della guerra civile, erano 100 le aziende italiane presenti. Ora è in atto un fuggi fuggi generale: anche ambasciatori, addetti e carabinieri presenti a guardia della nostra sede diplomatica si sono imbarcati alla volta di Malta. Come dire: fuori tutti, adesso è guerra. È rimasto, deciso a non partire, il vescovo di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli, in Libia dal 1971. «Che mi taglino pure la testa», ha detto, «la mia comunità è qui, io non la tradisco».

In questo momento in Libia ci sono due governi e due parlamenti. A Tobruk è insediato il governo del premier Abdullah al Thani, riconosciuto dall’Italia e dagli altri Paesi occidentali. A Tripoli agisce, invece, un autoproclamato governo filo islamista, chiamato Alba della Libia, lontano dalle posizioni estreme dell’Is, cui fanno capo le milizie legate ai Fratelli musulmani. «Ci sono poi gruppi che si richiamano ad al Qaeda e altri più piccoli sparsi nei territori del nord», spiega Batacchi. «La milizia più armata, quella di Khalifa Haftar, ex generale di Gheddafi, appoggia invece il governo di Tobruk. E poi ci sono le decine di tribù che si dividono il territorio. Insomma, è un vero caos: il rischio è che un intervento occidentale renda lo Stato Islamico una calamita in grado di attirare milizie e disertori».

Sarà l’Onu a dover decidere di un eventuale intervento. Il ministro Genti-loni ha invitato a intensificare gli sforzi diplomatici spiegando però che «il tempo a disposizione non è infinito. Bisogna fare presto».

«La prima cosa da fare», continua Lia Quartapelle, «è spingere con forte determinazione per un dialogo tra le due forze in campo, e cioè il governo di Tobruk e quello di Tripoli, in modo da favorire la pace, cosa che l’Italia, unico Paese assieme agli Stati Uniti, ha continuato a fare. E allo stesso tempo disinnescare la minaccia Is, e cioè rendere inoffensivo quello che si presenta come l’attore più aggressivo sul territorio. L’Italia ha portato il caso Libia all’attenzione della comunità internazionale. È ora che tutti facciano la propria parte».

Spiega Margelletti: «Prima di qualsiasi intervento, se mai ci sarà, bisognerà costruire l’alleanza più ampia possibile sul terreno, coinvolgendo le tribù che compongono la Libia e i due governi attualmente al potere. Si tratta di casa loro, bisogna agire con loro. Vincere la guerra con l’Is è facile, più difficile è vincere la pace. Il problema non è militare, è politico. Ci vuole una strategia precisa: se mai andremo a combattere dovremo farlo avendo ben preciso cosa vorremo per il dopo. E ci vorrà un supporto forte da parte delle tribù libiche».

È stato un errore, quindi, favorire la caduta di Gheddafi nel 2011? «Tutti i dittatori sono un tappo», continua Mar-gelletti, «sotto al quale si agitano movimenti esplosivi. Ma i tappi, prima o poi, saltano. L’errore è stato non prepararsi per quando il tappo sarebbe saltato».

Il ministro degli Esteri Roberta Pi-notti ha parlato dell’invio di 5 mila soldati italiani, rifacendosi all’esempio del contingente che ha operato in Afghanistan. Analisti militari sostengono che l’intera coalizione dovrebbe essere di almeno 60 mila soldati. L’obiettivo, durissimo, sarebbe quello di controllare un Paese grande sei volte l’Italia, dove vivono sei milioni di persone.

Se il nostro Paese sarà impegnato militarmente in Libia sentiremo parlare di peace enforcing (imposizione della pace) o peace keeping (mantenimento della pace). Il nome dell’operazione richiamerà la pace. Ma si tratterà di guerra, forse necessaria, addirittura inevitabile. Ma guerra. Con i suoi costi di lacrime, dolore e sangue.

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