Isis,se non si fermano in Libia i missili possono colpire anche Roma

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Non impongolo il loro sanguinario fanatismo solo in Siria o  in Iraq, Paesi relativamente lontani. Ora terroristi e miliziani dell’Isis – il cosiddetto Stato islamico che semina morte in Medio Oriente e Nord Africa e ha già colpito con attentati Parigi e Copenaghen – sono di fronte a noi: in Libia, la nostra ex colonia al di là del Canale di Sicilia. E minacciano di lanciare missili sull’Italia, colpendo Roma .

Non è uno scherzo: le coste occidentali libiche distano dall’isola italiana di Lampedusa 297 chilometri (quanto la Sardegna dal Lazio). Per ora l’Isis – approfittando di un Paese che, dopo la fine del dittatore Muammar Gheddafi nel 2011, si è disintegrato, con due governi in conflitto tra loro -ha costituito un califfato a Derna, sulla costa orientale: la Sicilia è a meno di 900 chilometri, Roma a poco più di 1300. Alla portata di missili relativamente diffusi. Ma i miliziani non si fermano: hanno conquistato, e poi in parte perso, Sirte, molto più vicina all’Italia.Isis

Da lì hanno lanciato ulteriori minacce. L’ultima è su Twitter:    «Stiamoarrivando a Roma».

Pochi giorni prima in un video avevano proclamato: «Siamo a sud di Roma», con tanto di mappe che illustravano la traiettoria dei razzi. E avevano già garantito di conquistare il Vaticano: in un fotomontaggio si vedeva la loro bandiera nera in piazza San Pietro. Davvero oggi l’I-sis potrebbe colpire l’Italia con missili lanciati dalla Libia? «In questo preciso momento è piuttosto difficile», spiega Gianandrea Gaiani, direttore della rivista di strategia militare Analisi Difesa. «Le loro armi e i loro missili non hanno ancora la potenza sufficiente per raggiungere le coste siciliane e il resto dell’Italia. Ma non sappiamo che cosa potranno avere a disposizione se non saranno fermati: è chiaro che presto potrebbero dotarsi di armi ben più sofisticate. La minaccia verso l’Italia e Roma non sarebbe più solo terroristica, ma anche militare».

Intanto la gente ha molta paura proprio a Lampedusa, l’isola italiana più vicina alla Libia. Anche perché gli abitanti, già provati dai continui sbarchi di migranti, ricordano il 1986: in aprile Gheddafi fece lanciare due missili Scud, con un raggio d’azione di 300 chilometri, contro l’isola, dopo un attacco statunitense. Per fortuna caddero in mare, poco prima del loro bersaglio.

Però non sono solo i missili a incombere su di noi. Un’ulteriore minaccia per l’Europa e per il nostro Paese è legata ai barconi di profughi: vi si imbarca chi fugge dalla guerra, ma potrebbero nascondersi lì anche terroristi pronti a colpire. Un’inchiesta del quotidiano inglese Daily Telegraph ha pubblicato rivelazioni shock, giunte dagli 007. Nell’articolo cita Abu Arhim al-Libim, esponente della propaganda jihadista: spiega che vogliono usare la Libia come ponte verso l’Europa, imbarcando i loro uomini sui natanti che arrivano sulle coste dell’Italia e di altri Paesi affacciati sul Mediterraneo. Al-Libim descrive la Libia come un Paese dall’«enorme potenziale» per lo Stato islamico. In una delle comunicazioni diffuse dal quotidiano inglese, il propagandista scrive che «la Libia ha una lunga costa e si affaccia proprio di fronte agli Stati continua da pag. 33 dei crociati (gli europei, ndr\ che possono essere raggiunti facilmente anche con imbarcazioni rudimentali». Alcuni analisti sostengono che è difficile, ma l’allerta è alta.

Per esempio, secondo il politologo americano Edward Luttwak il pericolo che con i migranti arrivino anche terroristi è altissimo. «E un rischio vero. Una persona può anche venire come profugo e poi diventare terrorista», ha spiegato. «Quelli che hanno compiuto attentati in Europa vivevano nei Paesi europei. Perché poi può prevalere l’ideologia islamica e i profughi possono trasformarsi in terroristi. Lo abbiamo già visto». Il nostro ministro dell’Interno, Angelino Alfano, è più prudente: «Non c’è traccia reale di un nesso tra immigrazione e terrorismo. Ma non si può escludere nulla». Anche perché è il caso di tenere presente il problema segnalato dalla rivista Difesa Online: «Migliaia di profughi in arrivo potrebbero rappresentare un’arma ancora più letale di un missile, in grado di destabilizzare il sistema economico italiano. E questo i terroristi lo sanno».

Di certo, i miliziani dell’lsis fanno tutto il possibile per seminare terrore. Poche ore dopo la presa di Sirte hanno diffuso un video che mostrava 21 egiziani cristiani copti mentre venivano sgozzati su una spiaggia. Il filmato era intitolato «Un messaggio firmato con il sangue alla Nazione della Croce». L’Egitto ha risposto bombardando obiettivi dello Stato islamico. Ci sono anche episodi surreali, che però danno l’idea del punto di vista dei terroristi: a Derna, altra città della Libia, sono stati messi al rogo molti strumenti musicali, considerati contrari all’Islam. Per precauzione, intanto, gli italiani che vivevano lì, compresi i dipendenti dell’Eni e dell’ambasciata, sono tornati in patria. Come reagire alla minaccia che l’Isis possa arrivare in casa nostra? Dopo la presa di Sirte, il ministro degli Esteri Paolo Gentiioni aveva dichiarato che «l’Italia è pronta a combattere in Libia in un quadro di legalità internazionale e a guidare una forza delle Nazioni Unite contro l’Isis». Dopo queste parole era stato minacciato dagli uomini del Califfato, che lo hanno definito «il ministro dell’Italia crociata». Pure il ministro della Difesa Roberta Pinotti si era detta favorevole a un’azione militare in Libia, che aveva definito addirittura urgente e meritevole dell’invio di più di 5.000 soldati. La frenata è arrivata dal premier Matteo Renzi, che ha parlato solo di sforzi diplomatici. Così l’intervento armato è stato accantonato in favore di un «dialogo politico». Anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha detto «No», almeno per ora. Intanto però le bandiere nere dello spietato Stato islamico continuano a fare paura anche in Italia. Al Sud, che si affaccia sulla Libia, e al Nord, che dovrà prepararsi ad accogliere ancora centinaia e centinaia di profughi, in fuga dall’orrore.

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