La Francia arresta i dirigenti di Uber

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PARIGI I tassisti francesi prendono a sassate gli autisti concorrenti e i poliziotti, bruciano pneumatici e bloccano le strade per l’aereoporto, e in custodia cautelare ci finiscono i dirigenti di Uber. Tre giorni dopo la protesta violenta contro la società californiana, ieri sono stati convocati, interrogati e trattenuti — per almeno 24 ore — Thibaud Simphal, direttore generale di Uber France, e Pierre-Dimitri Gore-Coty, general manager di Uber per l’Europa occidentale.

L’inchiesta è cominciata nel novembre scorso, ma è significativo che la richiesta di comparire per i due dirigenti sia scattata adesso, quando il governo risponde alla collera dei tassisti assecondandoli e ripetendo che «UberPop è illegale e va chiuso». Si tratta dell’offerta più economica all’interno del servizio Uber: grazie all’applicazione sullo smartphone, un cliente prenota il passaggio offerto da un comune cittadino, privo di formazione, assicurazione specifica e licenza, che si improvvisa autista.

Lo fanno in migliaia a beneficio di oltre 400 mila clienti in tutta la Francia ma i vertici dello Stato, dal presidente Hollande al premier Valls al ministro dell’Interno Cazeneuve, dicono che UberPop è concorrenza sleale perché ignora qualsiasi obbligo fiscale e contributivo: lavoro nero insomma. Uber replica da mesi con una serie di ricorsi sospensivi, allora i prefetti di 12 città francesi tra le quali Parigi hanno emanato dei decreti per fermare immediatamente l’attività di UberPop.

Ai due dirigenti Uber, interrogati nei locali della «divisione repressione delinquenza stradale», è stata contestata «organizzazione illegale» che mette in relazione cittadini e clienti e anche la «conservazione illegale di dati personali», legata al fatto che tutto il sistema si basa sull’applicazione per lo smartphone.

«Siamo sempre felici di rispondere alle domande che le autorità ci pongono a proposito del nostro servizio — ha detto Benedetta Arese Lucini, general manager Uber in Italia — e non vediamo l’ora di risolvere queste questioni. Nel frattempo garantiamo la sicurezza dei nostri utenti e dei nostri conducenti, dopo i disordini della settimana scorsa in Francia». Frecciata che allude al discutibile tempismo dell’operazione.

Il governo francese è giustamente preoccupato di fare valere le leggi, ma allo stesso tempo sarebbe forse chiamato a uno sforzo di immaginazione in più. L’innovazione tecnologica non può essere cancellata per decreto, e poi la situazione attuale è assai poco difendibile: i tassisti — pochi rispetto ai bisogni del mercato e costosi — da anni impediscono la concessione di nuove licenze, e a Parigi lavorano in una situazione di sostanziale monopolio (le due compagnie apparentemente rivali, Taxis G7 e Taxi Bleus, fanno capo a una stessa persona, «il re dei taxi» Nicolas Rousselet).

Ad aggiungere un po’ di grottesco, uno dei protagonisti della vicenda è il deputato Thomas Thévenoud, relatore della contestata legge che a gennaio ha dichiarato illegale UberPop (un anno di prigione, 15 mila euro e confisca del veicolo).

Thévenoud è stato espulso dal Partito socialista quando si è scoperto che — per anni — non ha pagato le tasse, le multe dell’auto, le fatture mediche e l’affitto di casa («ho la fobia amministrativa», ha spiegato); il 1° giugno scorso il fisco lo ha denunciato per frode. Théve-noud è ancora deputato, e ieri si è fatto mediatore promuovendo un incontro tra tassisti e società di auto con conducente. Uber però non l’ha invitata, «non rispetta le regole».

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