La Merkel: «A rischio la Ue» Ma Tsipras scatena le piazze

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Barak Obama, il premier cinese Li Kequiang, e poi via via tutti i leader europei: Merkel, Hollande, Cameron, e il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. Tutti a preoccuparsi di caldeggiare una soluzione alla Grexit. Francois Hollande, chiama la Casa Bianca e giura che anche il presidente americano è teso. Di più: Obama e Hollande – giurano dall’Eliseo – intendono «incoraggiare il ritorno al tavolo negoziale» per risolvere la crisi del debito greco. E voglio «sommare i loro sforzi per favorire un ritorno al dialogo, consentendo così una rapida soluzione della crisi». In serata la Casa Bianca puntualizza però: «La Grecia deve mantenere i suoi impegni».

Gli inglesi, dall’altra parte della Manica, non hanno l’euro ma il -2% alla borsa di Londra incassato ieri significa che la crisi scavalca tutto. L’instabilità finanziaria del resto – per un’economia mondiale ancora debole – non conosce limiti. I cinesi – che si lamentano di una rallentamento della loro crescita interna al 7% – sono terrorizzati da un’Europa in recessione.

Il premier britannico David Cameron ha già riunito i vertici finanziari del Regno Unito (governatore della banca centrale inglese, Mark Carney, e il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne), per discutere dei possibili rischi. I cinesi si fanno sotto e offrono di «aumentare la cooperazione sul fronte degli investimenti: vorremmo partecipare al Piano Juncker», ha anticipato Li Ke-quiang in visita al Parlamento europeo. La Merkel usa toni gravi, quasi da funerale: «Se l’euro fallisce, l’Europa fallisce», scandisce.

E mentre dal Parlamento Ue arriva la richiesta di un summit Ue straordinario per affrontare la situazione inedita, la Merkel risponde piccata che «che per ora non ne vede motivo». A dire ilvero cisareb -bero 287 miliardi dibuonimo-tivi (tanti quanti gli euro “bruciati” dall’arretramento complessivo dei mercati europei) per riunirsi d’urgenza.

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha superato qualsiasi garbo politico ed è intervenuto direttamente in una consultazione di un Paese membrocosa mai successa fin ad ora -chiedendo al popolo greco di votare «”sì” perché da quel voto partirà un segnale per la Grecia e per il resto dell’Euro-zona». Il premier greco non sembra preoccupato: «Maggiore sarà la percentuale del ‘no’ al referendum», ribatte, «maggiori saranno le armi per rilanciare i negoziati», ha risposto ieri in tarda serata.

Il problema vero è che la te-stardagine di Alexis Tsipras di indire un referendum, schiude le porte a “territori incogniti” (dicitura coniata dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi). Tsipras non sembra curarsene. Chiede un mese di tempo, mentre da fonti del governo ellenico e tedesco arriva la conferma che domani (oggi, ndr) «la Grecia non pagherà il prestito di 1,6 miliardi di euro al Fmi».

Sono 5 mesi e mezzo che Atene rinvia, posticipa, sposta. E se prendendo tempo Atene ha rinviato quello che sta oggi avvenendo, i rinviipolitici non congelano gli attestati finanziari di affidabilità e solvibilità. Ieri è arrivata l’ennesima bocciatura: Standard & Poor’s ha infatti declassato il rating della Grecia da CCC a CCC-, a causa della decisione del governo di Atene di indire un referendum. Secondo l’agenzia di rating, c’è il 50% di possibilità che la Grecia lasci l’Eurozona. Solo tre settimane fa, l’agenzia aveva già tagliato il rating di Atene con outlook negativo. Per S&P, è praticamente inevitabile un default nei prossimi sei mesi in assenza di riforme. L’outlook assegnato è negativo: ciò significa che entro 6 mesi il rating potrebbe arrivare a Sd, ovvero al default selettivo.

Ma ad Atene non sembrano preoccuparsene. Tanto più che da qualche settimana sembrano contare sul supporto interessato di Mosca. Ieri il ministero degli Esteri, Sergei Lavrov, ha avuto un chiacchierata con l’omologo greco (Nikos Kotzias). I più spaventati dalla Grexit – più ancora dei greci che ieri sera in 17mi-la sfilavano per Atene perusci-re dall’euro – sembrano i leader mondiali. Forse ha ragione Tsipras: «Il referendum ci darà una posizione negoziale più forte quando i negoziati riprenderanno. Volevano cacciare questo governo e spazzare via la speranza», ma non credo «vogliano cacciarci da Eurozona».

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