La pistola di Draghi per costringere i tedeschi all’accordo

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Questa sera i Paesi dell’euro hanno l’ultima occasione per trovare un accordo: greco Alexis Tsipras presenterà una nuova proposta dopo il referendum di domenica e gli altri 18 governi dovranno valutarla, sapendo che se la bocciano domani il sistema bancario ellenico potrebbe collassare e la Grecia uscire dall’euro. È il risultato della decisione della Banca centrale europea che ieri sera ha aumentato la pressione sulla politica perché superi lo stallo.

La Bce ha confermato la liquidità di emergenza al sistema bancario greco, fornita tramite la Banca centrale greca, a quota 89 miliardi di euro. Ma ha aumentato l’haircut richiesto. La traduzione richiede qualche riga: quando una banca ha bisogno di soldi, c’è un canale normale e uno di emergenza. In entrambi i casi la Bce offre denaro in cambio di titoli portati in garanzia, in modo che se la banca fallisce prima di poterli rimborsare la perdita non è totale. Le banche greche possono usare soltanto la linea di emergenza che si chiama Ela (Emergency liquidity assistance) erogata dalla banca centrale locale, che è parte dell’Eurosistema.

Visto che nessun banchiere centrale nazionale ha voglia di veder saltare in aria il proprio sistema finanziario, i trattati attribuiscono alla Bce una sorta di sistema di supervisione sulla liquidità: se Francoforte decide che i prestiti stanno diventando più rischiosi, può aumentare le garanzie richieste. Come spiega bene l’economista della Bocconi Tommaso Monacelli su Twitter, “Se banca Gre offre 100 in collaterale, prima riceveva 98 in prestito, adesso 96. Brutta storia più lo alzi, più diventa una restituzione del prestito”.

IL SITO DI ANALISI finanziaria Zerohedge, molto seguito su Twitter, arriva a questa conclusione: “La Bce ha dato un chiaro segnale alla Grecia, se non ci sarà un accordo inizierà il bail in”. Altra traduzione: quando viene richiesto di aumentare la garanzia, se le banche non sono in grado di farlo dovranno rinunciare alla liquidità della Bce e rifarsi sui conti correnti dei depositanti, visto che le nuove regole del l’Unione bancaria prevedono che quando una banca collassa tra i primi a pagare ci siano anche i suoi risparmiatori (almeno per le somme superiori alla soglia di garanzia, 100mila euro). Le banche in Grecia sono ancora chiuse e lo rimarranno almeno fino a venerdì.

O fino a quando la Bce non aumenterà la liquidità di emergenza. I dettagli sull’aumento delle garanzie sono segreti, ma secondo quanto filtra da Francoforte l’aumento di haircut è sopportabile dalle banche greche (è rimasto invariato da dicembre), non è ancora al livello che comporta una sostanziale diminuzione della liquidità che farebbe morire il sistema ellenico per asfissia. La mossa è tutta politica e serve per fare pressione sulla politica. Tsi-pras deve contenere le spinte della parte più radicale del suo partito, Syriza, convinta che dopo il trionfo del “No” all’accordo proposto dai creditori il 25 giugno ora la Grecia possa chiedere l’impossibile. Quindi il premier, che ha sacrificato il suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis per agevolare i negoziati, deve presentare una richiesta di aiuti accettabile da parte dei creditori. Il vero bersaglio della mossa di Draghi è però l’Eurogruppo e la sua tendenza a procrastinare, e a far sprofondare i negoziati nei dettagli. Anche i Paesi più riottosi, come la Germania, devono assumersi una volta per tutte la responsabilità di scegliere: o questa sera trovano un compromesso con Tsi-pras su altri aiuti (la Grecia chiede 29 miliardi) in cambio di riforme fattibili, o spingono Atene fuori dall’euro.

ALLE 13, A BRUXELLES, l’Eurogruppo riceverà le nuove proposte greche. Poi si riunirà l’Eurosummit, cioè i capi di Stato e di governo della moneta unica, ci sarà anche il presidente della Bce a sottolineare la delicatezza del momento. Molti economisti – da Charles Wyplosz su Voxeu a Martin Sanabu sul Financial Times -iniziano però a mettere in dubbio la neutralità di Draghi: se le banche greche hanno soltanto un problema di liquidità, la Bce deve finanziarle senza usare la loro sete di denaro come leva politica. Se invece sono insolventi dovrebbe chiuderle, come previsto dalle regole dell’Unione bancaria. Ma la politica monetaria è, appunto, politica.

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