L’orgoglio per una nuova Europa «Meglio il rischio che la palude»

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I dubbi e le incertezze svaniscono un’ora dopo la chiusura dei seggi. Non c’è alcun «testa a testa», il no ha vinto, e ha vinto tanto a poco. Sui viali che riportano gli ateniesi in città dopo una giornata al mare i clacson strombazzano, nella sede di Syriza – il partito di Tsipras – sventolano le bandiere e si levano i cori: «Oxi, oxi, oxi». Un no sbattuto in faccia a Merkel e a Bruxelles. Un no di chi sente, all’improvviso, di potere andare a testa alta davanti alle burocrazie contabili e agli sbeffeggi altrui. «Abbiamo sconfitto la paura» urla una portavoce del partito. Adesso prende corpo un’altra paura: questa prova di forza, questo gesto di coraggio servirà davvero a trovare un accordo rapido con l’Europa?

IL CENTRO

Alle 9 di sera piazza Syntagma, davanti al Parlamento, torna ad essere il centro di questa Nazione provata e intimorita, ma improvvisamente orgogliosa di sé stessa. Sventolano le bandiere greche, si fa festa, ma si aspetta anche che qualcuno venga a portare, oltre all’ufficialità di una vittoria ormai certa, conforto e speranza, qualcuno che dica che questo braccio di ferro non è e non sarà vano, e che non è un azzardo.

I greci ci hanno messo il loro, hanno lanciato la sfida, adesso vogliono certezze, vogliono sapere che da domani l’Europa sarà costretta ad abbassare le proprie pretese, vogliono convincersi che esiste una via d’uscita dopo sei anni di lacrime e sangue. Ma non arriva nessuno. Tsipras è nel palazzo del Governo, dicono che sia già in partenza per Bruxelles, i notabili di partito sono in altre piazze. Non c’è tempo per festeggiare, c’è da lavorare.

LASORPRESA

E’ stata, fino all’ora di chiusura dei seggi, una giornata sorprendente. Placida, dopo otto giorni di grande tensione. Serena, dopo una settimana di invettive e di cinica propaganda. Ed è stata in qualche modo anche una giornata chiarificatrice. Perché visto da vicino il voto del popolo greco non è stato soltanto un voto per sciogliere l’inestricabile nodo del rapporto con l’Unione europea, ma anche un voto politico, un giudizio insindacabile sulla vita interna del Paese.

Adesso è chiaro che la debolezza del «sì», quel 40 per cento scarso che fuori dai confini ellenici può apparire come il fallimento della ragionevolezza e del buon senso, è figlia della debolezza dei partiti che lo hanno sostenuto.

IVERI PERDENTI

A favore del “sì” alle proposte avanzate dall’Europa, c’erano gli uomini, di centrodestra e centrosinistra, che negli ultimi vent’an-ni, con maggiore o minore responsabilità, hanno accompagnato la Grecia sull’orlo del baratro, nomenklature di partiti che hanno camuffato i conti pubblici, garantito ciò che non potevano garantire, mutato strategie a seconda delle convenienze, imposto sacrifici senza dare nulla in cambio. Magari qualcuno, lontano da Atene, sperava di rimetterli al loro posto per «facilitare il processo di coesione».

Loro, i greci, hanno detto no anche a questo. «I nostri governanti li scegliamo noi, non Berlino, o Parigi, o Roma». Fuori da un seggio del quartiere di Exarhia è la pensionata Maria, una che dallo scontro con Bruxelles ha tutto da perdere, a dirlo in modo brutale: «Quelli che ci hanno governato in passato ci hanno raccontato bugie per più di dieci anni. Adesso ci dicono che bisogna votare “sì” all’accordo per non fallire. Ma quei signori non hanno più nessuna credibilità».

Per certi versi, più che una vittoria di Alexis Tsipras, quella di oggi è soprattutto una sconfitta dei suoi avversari politici. Anche nei quartieri più ricchi della città, quelli su cui i «partiti moderati» contavano per tenere testa al partito dell’estrema sinistra, i «no» hanno prevalso. Fuori dai seggi delle zone bene si potevano ascoltare donne con vestiti griffati e uomini con le chiavi della Mercedes in mano rispondere così alle domande dei giornalisti stranieri: «Meglio l’azzardo della stagnazione». Come dire: meglio i rischi di una guerra totale con l’Europa che la palude di chi ha promesso cambiamenti che poi non sono mai arrivati.

FIEREZZA

E’ stata anche una questione di orgoglio, di fierezza. L’orgoglio e la fierezza con cui due fidanzati, appena dopo aver messo la scheda nell’urna di un seggio di Thi-mokarous – zona sud della città, quartiere popolare – si sfogano con i cronisti arrivati dal lontano: «Non abbiamo niente da dire, non siamo animali in uno zoo». Si sentono ripetere, da ormai troppi anni, di essere un popolo di sfaccendati, di profittatori, di incoscienti che rifiutano di rinunciare a privilegi assurdi.

Si sentono scrutati, vivisezionati, malamente giudicati dal resto dell’Europa. «Quello che vogliamo» dice lui, Prokopis, prima che la fidanzata lo porti via «è un posto di lavoro, una vita dignitosa, mettere su una famiglia e crescere dei figli. Vi sembrano pretese assurde?».

Quando arriva la notte nella sede di Syriza intonano «bella ciao». Ci sono spagnoli, irlandesi, francesi, italiani. Cantano nella nostra lingua, cantano anche se non conoscono le parole. Cantano perché sperano che ciò che hanno fatto oggi i greci possa diventare un esempio. «Atene ha indicato la via, più nulla sarà come prima».

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