L’ultim a stam pata in 3D crea ossa per i trapianti

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Per la prima volta in Italia, e la seconda al mondo, all’Ospedale Rizzoli di Bologna ossa realizzate in titanio col sistema della stampante 3D sono state inserite nel bacino malato di cinque ragazzi.

Età media di 25 anni, i pazienti avevano gravi problemi al bacino, per via di tumori e del fallimento di protesi precedenti. Progettate su misura con i dati ottenuti dalle tac e dalle risonanze magnetiche, le ossa artificiali si adattano perfettamente alle singole anatomie, garantendo una migliore deambulazione. La stampante 3D realizza infatti le protesi come se fossero pezzi mancanti di un puzzle tridimensionale, permettendo ai chirurghi di intervenire con assoluta precisione dove è stata asportata la parte d’osso malata. «Oggi si usano già biomateriali come plastica o titanio.

Il vantaggio della manifattura a 3D è che può stampare negli strati di materiale le cellule del paziente. La cartuccia di materiale per la stampa può contenere cellule del paziente», ha spiegato Davidie Donati, direttore dell’Oncologia ortopedica del Rizzoli. In prospettiva, sipensa diarrivare addirittura al bioprinting: una pratica che mira a creare dispositivi su misura composti da un mix di sostanze plastiche e umane: non subito ma, prevede Donati, «ci arriveremo tra sei me si, un anno».

Nel mondo del 3 D, ormai, la tecnologia corre talmente veloce che spesso i media non fanno neanche in tempo ad accorgersene. È almeno dal 1981 che le stampanti 3D esistono, ma è forse dal 2013 che iniziano a fare veramente notizia su giornali e altri media.

È trasmessa nell’originale in inglese il 31 gennaio 2013, ad esempio, quella puntata di The Big Bang Theory in cui Howard ne compra assieme a Ray una per 5000 dollari per realizzarvi action figures, bambolotti di sé e della moglie Bernadette: che all’inizio li trova tanto «carini», ma poi quando sa il prezzo va su tutte le furie e lo minaccia. O la restituisce, o può realizzarci «parti intime femminili funzionanti» e andare a letto con quelle.

È nel marzo del 2013 che alSxsw Eco, evento dedicato all’elettronica di Austin in Texas, è mostrato il primo prototipo di una stampante 3D di tipo alimentare studiata dalla Nasa per migliorare il mangiare degli astronauti: invece di plastica gli spruzzatori versavano un impasto a base di acqua e farina su un piatto riscaldato, per poi spargere il pomodoro e infine spruzzare il formaggio, il tutto in una ventina di minuti.

Pure in Texas e pure nel 2013 a maggio l’associazione no-profit Defense Distributed mise online i progetti e i video del funzionamento del Liberator: una pistola completamente di plastica, tranne un unico, piccolo componente metallico, e assemblata con stampanti 3D da poche migliaia di euro, ma subito messa fuori legge. Già a fine 2013 la spagnola NaturalMachines annuncia con Foodini una stampante 3D alimentare in grado di produrre qualsiasi tipo di preparazione, dai ravioli ai cracker, e che praticamente al prezzo di 1000 euro prende il posto del vecchio robot di cucina: dopo un paio di anni di messa a punto, il prodotto dovrebbe invadere le case già dalla fine di quest’anno. Non senza trovare agguerriti concorrenti: ad esempio l’italianissima Primo, la pasta fatta in 3 D in quattro minuti. E pure a fine 2013 la Solid Concepts mette in vendita la prima pistola in metallo assemblata utilizzando esclusivamente stampanti 3D e legale.

Il 2013 è anche l’anno in cui vari economisti avvertono di come la tecnologia 3D conliguri addirittura una terza rivoluzione industriale, dopo quella settecentesca della macchina a vapore e quella fordiana del primo ‘900 basata sulla catena di montag-gio.Una tecnologia futuristica, nel senso che invece di “scavare” ilblocco di materiale, ne aggiunge di nuovo, creando strato su strato. Ma in qualche modo è un futuro che si riaggancia al passato, nel momento in cui rende possibile tornare a una produzione artigianale fatta a domicilio. Dal Giappone, anzi, attraverso De Agostini Publishing è arrivata anche in Italia Idbox: stampante 3 D da fabbricarsi in casa con le proprie mani. Ma si può seguire anche l’esempio africano che viene dal Togo con W. Afate 3D Printer: un’intrigantissima stampante 3 D inventata nel 2013 per riciclare i rifiuti elettronici. La Stampante 3D

Electroloom, che crea indumenti senza cuciture, potrebbe dunque consentire la rinascita del mestiere del sarto. Con la stessa Idbox, utilizzabile anche come robot di cucina, si possono fare giocattoli, vestiti, scarpe, soprammobili, ceramiche, strumenti musicali, perfino droni. In Sardegna hanno introdotto le stampanti 3D nelle cave del distretto del marmo di Orosei.

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