Marco Vannini: C’è stata una lite e poi hanno sparato al povero ragazzo

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(Fonte- Settimanale Giallo) Mio figlio è stato ucciso. Per favore, basta parlare di morte accidentale, perché non è stato così. Sono la sua mamma e pretendo di sapere che cosa è successo al mio povero Marco. Nel racconto fatto da quelle persone non ce una sola cosa che mi convinca. Sono tutte bugie, dette per discolparsi e coprirsi a vicenda. Hanno delle gravissime responsabilità. Sono convinta che quella maledetta sera sia successo qualcosa di terribile in quella casa. Non escludo che possa esserci stata una violenta lite, sfociata in un omicidio”.Sono tanti i dubbi che affliggono Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, 20 anni, il ragazza ucciso il 17 maggio con un colpo di pistola partito dall’arma di proprietà del papà della sua fidanzata, Martina Ciontoli, con cui faceva coppia fissa da circa tre anni. Per la tragica morte di Marco, la Procura di Civitavecchia ha indagato a piede libero, con l’accusa di omicidio volontario, Antonio Ciontoli, 48 anni, militare della Marina in servizio nel Rud (Raggruppamento unità difesa).

La tragedia si è consumata nella villetta della famiglia Ciontoli, a Ladispoli, un paese in provincia di Roma. Secondo una prima ricostruzione, fatta dallo stesso indagato, il povero Marco sarebbe stato raggiunto da un colpo di pistola partito accidentalmente dalla sua arma d’ordinanza, regolarmente detenuta. «Sono stato io a sparare, stavo pulendo la pistola ed è partito un colpo. Si è trattato di un tragico incidente, di una fatalità», ha detto l’uomo ai carabinieri. Una ricostruzione che, però, non ha convinto nessuno. E ora noi di Giallo siamo venutia conoscenza di un clamoroso particolare che potrebbe cambiare definitivamente lo scenario di questa assurda morte: una decina di giorni prima del delitto, infatti, proprio nell’abitazione dei Ciontoli, in via De Gasperi a Ladispoli, Marco aveva litigato proprio con Ciontoli.

Stando a quanto ci è stato riferito in via del tutto riservata da una fonte molto attendibile ma che, per ragioni di sicurezza e riservatezza, vuole rimanere anonima, la classica scintilla era scoppiata nel momento in cui Marco aveva avuto una discussione con la fidanzata. Nel litigio, a un certo punto, si era intromesso il padre della ragazza, Antonio Ciontoli, il quale si era rivolto al fidanzato della figlia con queste testuali parole: «Ora vattene, esci fuori da questa casa. È meglio per te se te ne vai». Di quella lite non è dato conoscere ulteriori dettagli, almeno per il momento. Ma da ciò che sappiamo, la sera stessa c’era stato un chiarimento e la situazione pare che si fosse tranquillizzata, al punto che Marco anziché rientrare a casa sua a Cerveteri, un altro paesino alle porte di Roma, era rimasto a dormire dalla fidanzata, come faceva spesso. Ci risulta, però, che nei giorni successivi il ragazzo fosse molto scosso. Il trattamento che gli aveva riservato il papà della fidanzata lo aveva ferito al punto che per circa una settimana non aveva più voluto parlare con Martina, nemmeno per telefono. Poi, però, c’era stato un ulteriore chiarimento e il rapporto tra i due si era ricucito. Fino alla tragica sera del 17 maggio, quando il giovane è stato colpito da un colpo di pistola calibro nove, esploso da una distanza di circa 50 centimetri, che gli è entrato dal braccio e, dopo avergli perforato un polmone e il cuore, si è conficcato in una costola.

Ma torniamo alle parole di mamma Marina. Dice la donna: «Mio figlio poteva essere salvato. Invece, inspiegabilmente, i medici del 118 sono arrivati sul posto dopo circa un’ora e mezza dal ferimento. Perché i famiglia-ri di Martina hanno aspettato tutto quel tempo per avvertirli? E, soprattutto, perché hanno mentito sulle reali condizioni di mio figlio? Marco stava male, gridava, chiedeva aiuto. E loro che cosa hanno fatto? Vedevano mio figlio morire e non hanno chiamato subito i soccorsi! E poi, quando finalmente si sono decisi a telefonare al 118, hanno mentito su quello che era realmente successo, minimizzando. Alla prima richiesta di intervento, poi inspiegabilmente annullata, hanno sostenuto che mio figlio stava male per una caduta, poi hanno cambiato versione riferendo al centralinista che Marco si era ferito con un pettine appuntito! Vi rendete conto? Neppure quando sono arrivati al pronto soccorso di Ladispoli hanno detto ai medici la verità, cioè che Marco era stato ferito con un colpo d’arma da fuoco. Perché?».

Mamma Marina fa una pausa. Il dolore per la perdita del suo giovane figlio è immenso. Poi si fa forza e ricomincia a parlare: «Prima di morire Marco avrà sicuramente chiesto di me e del suo papà, ma noi non sapevano niente e non abbiamo potuto dargli il nostro sostegno. Pensare a lui agonizzante mi strazia il cuore. Avremmo almeno voluto stargli vicino gli ultimi momenti della sua vita, ma ci è stato negato anche questo».

La versione che Antonio Cion-toli ha fornito agli inquirenti fa acqua da tutte le parti. Lui ha parlato di una tragica fatalità, di un colpo partito mentre puliva la sua pistola. Mamma Marina non gli crede. «Come fa a sostenere una cosa del genere? Dice che mio figlio era in bagno quando è stato ferito a morte. Ma se fosse stato in bagno, non avrebbe permesso a nessuno di entrare. La smettano di raccontare bugie e trovino il coraggio di dire la verità. Quando sono arrivata in ospedale non c’era nessuno con mio figlio. Solo dopo qualche minuto sono arrivati Antonio Ciontoli con la moglie e il figlio. Ciontoli si è avvicinato e mi ha chiesto di andare a parlare in un posto più tranquillo, appartato. Io mi sono rifiutata di seguirlo. Volevo prima conoscere le condizioni di salute di mio figlio. Solo più tardi è arrivata anche Martina insieme alla compagna di suo fratello. Perché sono arrivate in ospedale così tardi? Cosa hanno fatto nel frattempo?».

Durante il primo sopralluogo nella villetta, gli inquirenti hanno verificato che la “scena del crimine” era stata accuratamente ripulita e che gli abiti che la vittima indossava quella tragica sera erano spariti. Cioè il ragazzo, prima del trasporto in ospedale, è stato cambiato. Era evidente il tentativo di cancellare ogni prova. Continua la mamma: «E stato fatto sparire anche un paio di bermuda indossato da mio figlio. Nella tasca cerano cento euro, la paghetta guadagnata con il suo lavoro da bagnino. È sparito tutto».

Tra qualche giorno sarà pronto l’esito del cosiddetto “esame dello stub” (un test che si effettua su persone indiziate di aver maneggiato un’arma da fuoco). A tal proposito Giallo è in grado di rivelarvi un altro particolare importante. Eccolo.

I Ris hanno disposto questo tipo di esame solo su tre delle cinque persone presenti nella villetta al momento dello sparo. Lo stub è stato effettuato solo su Antonio Ciontoli e sui figli Martina e Federico. Non è stato fatto alla moglie dell’indagato e alla fidanzata del figlio. Perché? Gli inquirenti sono dunque già sicuri che a sparare non sia stato uno di loro due, ma sospettano anche della fidanzata di Marco e del fratello di lei?

Dice a Giallo l’avvocato Celestino Gnazi, legale della famiglia Vannini: «Ci siamo fatti un’idea, ma abbiamo bisogno di certezze. Non consentiremo che tutto passi come un incidente. I ritardi successivi al ferimento di Marco sono inspiegabili e riconducibili a un’azione lucida e cinica di depistaggio. Vi è una palese manipolazione delle prove». Infine, c’è un giallo nel giallo. Nei giorni successivi alla morte di Marco, Martina ha inviato al cugino del fidanzato, Alessandro Carlini, un sms dal contenuto strano. Ha scritto la ragazza: «A Marco abbiamo voluto bene tutti, con i suoi pregi e i suoi difetti». Un messaggio troppo freddo e distaccato da parte di chi aveva appena assistito alla morte del fidanzato per mano del padre! E perché parlare dei difetti di una persona appena morta? Un amato fidanzato…

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