Mattarella spinge le riforme No alla corruzione «gelatinosa»

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ROMA Lo aveva detto quando s’insediò al Quirinale, con un cenno alla missione che l’esecutivo Renzi si è dato. Lo ripete ora attraverso un ragionamento più complesso. «Il processo delle riforme è uno dei punti nevralgici della legislatura. Non entro nel merito di scelte che appartengono solo al Parlamento, ma mi auguro che, dopo decenni di tentativi non riusciti, questo processo vada in porto».

Un auspicio che spiega indicando i «due obiettivi» che dovrebbero ispirare l’intervento riformatore: «L’efficienza dell’assetto organizzativo della nostra democrazia e la partecipazione». Infatti, aggiunge, «l’accrescimento del processo democratico» avviene «nel rapporto collaborativo tra diversi livelli di governo» e si lega alla «partecipazione dei cittadini», che è «l’ossigeno della democrazia». Al contrario, la democrazia naturalmente «deperisce» se «non vi è partecipazione o questa decresce, ma anche se il processo decisionale è inconcludente o privo di efficienza».

Sergio Mattarella incontra la stampa parlamentare per la rituale cerimonia del Ventaglio e si concede un bilancio a tutto campo. Dall’engineering istituzionale alla crisi economica divenuta drammatica crisi del lavoro, specie al Sud. Dalla «priorità assoluta» nella lotta a mafia e corruzione agli «affanni» della Ue, al modo in cui interpreta il ruolo di «arbitro» rivendicato il giorno in cui salì al Colle e si raccomandò alla «correttezza» dei partiti. «La partita è ancora in corso», dice. Comunque, a parte «turbolenze, momenti di tensione e qualche intemperanza», non ha «motivo di lamentarsi del comportamento dei giocatori». Tranne per un aspetto: quando lo tirano per la giacca. Succede perché a volte (un po’ troppe volte, sembra di capire) i politici deragliano smarrendo «la consapevolezza di doveri e limiti». Con un’interessata amnesia delle «regole» che presidiano la Costituzione.

Fra queste regole — e qui affiora la sua vecchia veste di giudice costituzionale — indica «quella che prevede il rispetto dei propri limiti e della competenze altrui», spesso disattesa per la «tendenza a straripare dai propri confini» e ad «appropriarsi di competenze che spettano ad altri». Regola che, ricorda, «vale anche per il presidente della Repubblica nei rapporti soprattutto con governo e Parlamento». Così, insiste, «non si può pensare che il capo dello Stato possa intercettare o bloccare scelte politiche che competono al Parlamento o al governo». È il caso delle leggi più controverse, sulle quali si tende a dimenticare che «il presidente non dispone di un potere di veto», mentre «può soltanto chiedere alle Camere un riesame e solo quando riscontri una chiara violazione della Costituzione».

Chiaro che ogni inquilino del Quirinale, lui compreso, ha «le sue idee» su quanto c’è in cantiere. Ha però «il dovere di accantonarle». Perché «se quelle scelte sono fatte da organi cui competono secondo la Carta, devo rispettarle e le rispetterò sempre». Traduciamo: Mattarella sorveglierà il lavoro di governo e Assemblee senza interferenze, ma senza alcuna concessione a priori. E si riserva di giudicare quando le leggi approderanno sul Colle, perché il suo «parametro di comportamento non può che essere la Costituzione». Il capo dello Stato sdrammatizza una questione da tempo divisiva: la diatriba sulle smanie di potere del premier. Dice, tenendosi su un piano generale, quasi accademico: «Nessuno, tantomeno il presidente della Repubblica, che non ha poteri di scelta politica, è un uomo solo al comando nel nostro Paese. Non è possibile in democrazia, e la Costituzione disegna del resto un sistema equilibrato, un accorto e felice sistema di equilibri e controlli reciproci e di influenze vicendevoli tra organi e poteri dello Stato…».

E qui s’inserisce l’appello per i giovani e il Mezzogiorno, reso più acuto dal rapporto Svimez («Non possiamo abbandonare un’intera generazione e il Sud, il lavoro per tutti è un principio della nostra Costituzione»), quello contro la corruzione e la mafia («un impegno di civiltà che dev’essere condotto da tutte le istituzioni pubbliche. contro un sistema gelatinoso servono trasparenza e sobrietà»), per chiudere con un richiamo all’Europa, affinché abbia «coraggio e saggezza».

 

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