Metà Grillo, metà Casaleggio Lo strano caso Luigi Di Maio

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Davanti al liceo Imbriani, Po-migliano d’Arco, Napoli, quella mattina c’è un gruppo di ragazzi pronti allo sciopero. Quando arrivano Luigi Di Maio e Dario De Falco, il portone è chiuso da un catenaccio: oggi non si entra. È lì che quel 17 enne compone il 113 e chiama la polizia per “liberare” la scuola dagli occupanti. Se dieci anni più tardi quello stesso ragazzo sale sul tetto di Montecitorio, Roma, per “occupare” il Parlamento che sta votando una riforma costituzionale, ci dev’essere qualcosa di strano in questo Paese. O forse in questo ragazzo.

I talent scout della cazzìmma

Su chi sia veramente Luigi Di Maio regna il mistero. Ecco la sfilza di aggettivi con cui lo descrivono i vicini di scranno: scaltro, leale, calcolatore, onesto, ambizioso, appassionato, machiavellico, riflessivo, efficiente. In una frase: “Un essere mitologico: metà Grillo e metà Casaleggio”.

Valutazioni su cosa possa nascere dall’incrocio tra i due fondatori del Cinque Stelle li lasciamo ai lettori. Quel cche interessa, qui, è che Luigi Di Maio è il grillino più atipico e al contempo quello più ortodosso. E in tasca tiene le due carte che mancano all’intero Movimento: è cattolico e piace alle casalinghe. Così, quel che resta dei sondaggi, delle analisi dei flussi elettorali, delle curve dello share televisivo, è che se un giorno si mettessero in testa di vincere, è a lui che do vrebbero rivolgersi.

I primi due a intuire la cazzimma, manco a dirlo, sono napoletani come lui. Uno è Dario De Falco, l’altra è Vega Colonnese.

De Falco è il migliore amico di Di Maio e alle ultime amministrative si è candidato sindaco a Pomigliano (ma ha perso). Compagni di liceo, insieme fanno per tre anni i rappresentanti di istituto. È lui a dargli spago in una strategia decisamente poco Cinque Stelle: un patto, un’a lleanza, un armistizio con i professori: noi vi assicuriamo che al mattino tutti vengono a lezione, voi in cambio venite alle manifestazioni che facciamo nel pomeriggio: obiettivo, costruire un nuovo istituto. Per dire com’è andata a finire, basti sapere che Di Maio, qualche anno dopo verrà invitato come ospite d’onore alla posa della prima pietra del cantiere dell’Imbriani. Il ruolo dell’oppositore tout court, all’epoca, non era nel suo stile (e qualcuno dice che non lo è nemmeno adesso, tant’è che i colleghi di movimento si infuriarono quando decise di sedersi al tavolo della legge elettorale con Matteo Renzi). De Falco non lo molla. E se a 16 anni, Di Maio, aveva resistito alle pressioni del padre che gli suggeriva di fare la tessera dei giovani di An (“Dai, provaci”), qualche anno dopo accetterà, seppur controvoglia, l’invito dell’amico Dario ad andare ad una manifestazione. Si chiama V-Day e Di Maio confessa che gli faceva un po’ ribrezzo pensare di mettersi in piazza con gente che come inno aveva scelto “Vaffanculo”. Questa, come è andata a finire, lo sapete da soli: per

“Beppe” e “Gianroberto” è quasi un figlio, anche se lui, con il popolo del vaffa, continua a mantenere un discreto distacco (al Circo Massimo, dove gli hanno riservato l’intervento di chiusura dal palco, affrontava il muro di selfie con frasi del tipo “le mani addosso però no, grazie”).

La Sala della Regina e i biglietti di Matteo

L’altra che ci ha visto lungo, dicevamo, è Vega Colonne-se, oggi anche lei deputata M5S. Ai primi di marzo del 2013, i 163 neo eletti Cinque Stelle siriuniscono 0-gni giorno in infinite assemblee per prendere le misure con la macchina del palazzo. Una sera, c’è da decidere quale nome candidare alla vicepresidenza della Camera. Stanno per cominciare la “graticola”, il fuoco incrociato di domande all’aspirante candidato, quando Di Maio entra nella Sala della Regina. Fa per sedersi e Vega Co-lonnese gli fa: “Candidati tu”. Non se lo fa ripetere due volte, come prevedibile. Si fa avanti e batte Massimo Artini, che finirà poi per uscire dal M5S dopo un durissimo scontro con Grillo in persona.

Da quella vetrina d’e c c e-zione, Di Maio ha potuto cementare la sua immagine di grillino imperfetto (dipende dai punti di vista). Lui racconta che il primo ufficio di presidenza fu una passeggiata (“Mi sembrava di tornare ai tempi in cui ero nel consiglio di facoltà a Giurisprudenza”: sì, ha fatto anche quello, ma non si è laureato), altri ricordano che il primo “confronto dialettico” con la Boldrini e gli altri non andò benissimo (“Ma lui lanciò uno sguardo di sfida del tipo ‘non mi farò mai più trovare impreparato’”. Da allora, studia come un matto: ora è alle prese con i discorsi di Pietro Ingrao, prima si è fatto tutti quelli di Sandro Pertini). Più in generale, al Di Maio vicepresidente, si riconosce una gestione dell’Aula imparziale e corretta; seppure nessuno dimentichi che lui fotografò e rese pubblici i biglietti di “avvicinamento” che Renzi gli fece recapitare in Aula appena diventato premier.

Il ruolo di arbitro, dice, lo ha imparato a casa mentre si guardava il telegiornale all’ora di cena: padre di destra, madre insegnante di greco e latino “con altre idee”, due fratelli minori e un’impresa edile di famiglia da cui però è voluto rimanere fuori, nonostante adesso sia intestata a lui e alla sorella. Nel cassetto è rimasto anche il tesserino da pubblicista, ottenuto quando scriveva per la testata web Laprovin-ciaonline. È lì che ha raccontato anche le “missioni” con don Giuseppe, il parroco di Pomigliano con cui, dice, “ho sempre fatto più attivismo che preghiere”. Piace alle casalinghe, dicevamo, e probabilmente anche alle madri delle sue fidanzate. L’ultima l’ha conosciuta quest’inverno, a Casalmaggiore, Cremona. È di lì la fidanzata, Silvia Virgulti, tv coach dei 5 Stelle: si sono conosciuti mentre preparavano gli interventi tv, “lei lavorava già al gruppo”, tengono a precisare.

I due mandati e il go-kart

Le lezioni, comunque, hanno funzionato, visto che Di Maio è diventato ormai un animale da piccolo schermo. Non tutti gradiscono, lui ammette che i suoi metodi qualche malumore lo provocano: “Sono pratico, vado veloce, a volte non riesco a rendere partecipe il gruppo. Ma non credo ci siano malignità – aggiunge sibillino -Quando c’è da riempire una piazza mi chiamano tutti”.

Ma fino a quando? Il non-statuto parla di due mandati e Di Maio dice che tornerà alla società di e-commerce che stava per aprire con alcuni amici prima delle elezioni. Ma, francamente, risulta un po’ d iffici-le immaginare che possa passare dal ritmo di una intervista/ospitata tv/assem-blea al giorno, alla pensione anticipata. È vero che Di Maio non fuma, non balla, non gioca a calcio, non legge romanzi, ascolta Ennio Morricone, nel tempo libero dorme e il massimo che si concede è andare una volta ogni sei mesi con suo fratello sui go kart. Ma che finisca ai giardinetti a 37 anni non ci crede nessuno.

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