Michi, il miracolato del Naviglio Vivo dopo 43 minuti sott’acqua

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La sua è una storia straordinaria, di quelle che si fatica a credere che siano vere. Eppure Michi è vivo e ora è ricoverato al reparto di terapia intensiva neuro chirurgica del policlinico lombardo. Ancora per poco, però. «Nei prossimi giorni lo dimettiamo», racconta soddisfatto il dottor Alberto Zangrillo che lo segue passo passo: «il ragazzo sarà trasferito in un centro apposito per la riabilitazione, ma ritengo che in pochissimo tempo avràrecuperato completamente».

È il 24 aprile scorso quando Michi, assieme ad altri 4 amici, decide di fare un bagno nelle acque del Naviglio, a Castelletto di Cuggio-no, in provincia di Milano. La giornata è calda ed è difficile resistere all’idea di due bracciate refrigeranti: così si tuffano in cinque, ma riemergono solo in quattro. Sono le 16.53, riaffiorando i ragazzini si guardano attorno. «Do-v’è Michi?».

Capiscono subito che dev’essere successo qualcosa, l’acqua lì è torbida. Chiedono aiuto.

Un passante che fa jogging si ferma e, coraggiosamente, si butta in acqua: ma nemmeno lui riesce ad aiutare il piccolo. Intanto accorrono l’Areu (l’Azienda regionale di emergenza e urgenza) e i Vigili del Fuoco. Niente. Michi è ancora intrappolato sott’acqua. Solo i sommozzatori riescono a portarlo a galla.

Ma nel frattempo sono passati circa 43 minuti: troppi, verrebbe da dire. Il suo corpo, infatti, sembra senza vita. Gli uomini del 118 cercano di rianimargli il ritmo cardiocircolatorio: c’è una ripresa. Insomma, il cuore del ragazzo batte ancora: viene condotto al San Raffaele, in elicottero, per quello che fin dai primi istanti sembra un viaggio disperato.

Michi arriva alpronto soccorso e viene trasferito in rianimazione: i medici attivano subito il regime di circolazione extra-corporea (quello che in gergo è definito Ec-mo) e iniziano a drenargli in sangue grazie a una serie di bypass. La letteratura medica rema contro questo ragazzino fin dall’inizio: dopo 25 minuti sott’acqua a una temperatura superiore ai 5 gradi – dicono i libri – non ci sono chance di recuperare un profilo neurologico accettabile. Ma medici e infermieri del San Raffaele non si danno per vinti e provano l’impossibile. «Ha una possibilità su un milione», dice Zangrillo alla madre, «ci lasci tentare».

Lei si convince. Il ragazzo, incredibilmente, risponde alle terapie tanto che gradualmente gli specialisti procedono allo svezzamento dalla respirazione artificiale e dai farmaci. I giorni passano e le condizioni di Michi migliorano.

I medici sono costretti a sacrificargli la gamba destra, amputata sotto il ginocchio: ma per il resto il ragazzino reagisce. È sveglio, si ricorda episodi anche precedenti l’incidente, è completamente recuperato. «Se avessimo seguito pedissequamente le procedure Michi sarebbe morto da un mese«, com-mentaZangrillo cheèanche primario del reparto di Rianimazione dello stesso ospedale a nord di Milano. «È nostro dovere anche operare in modo che certi parametri siano rivisti e riconsiderati».

Già. Tanto per farsi un’idea: Michi è stato sott’acqua più del doppio del tempo massimo per cui, in genere, si registrano speranze di sopravvivenza. «Abbiamo reagito in maniera irrazionale secondo un certo punto di vista», ammette il medico. «Non abbiamo tenuto conto delle procedure standard perché Michi è un ragazzo giovane e le condizioni ambientali erano favorevoli (la temperatura era almeno 3 volte quella stimata “di protezione”, ndr)». Cosi gli hanno salvato la vita.

Un miracolo? «Questa domandamela sono postaan-che io», racconta la madre di Michi, una donna dall’aspetto severo: tedesca, protestante e molto credente. «Se un miracolo è qualcosa di straordinario credo di avere già la risposta: mio figlio quel giorno al fiume era senza vita, oggi è pieno di vita. Devo ringraziare Dio, che è grande e sempre presente» aggiunge, «questo non toglie niente alla scienza: Michi è rimasto nelle mani di Dio e dei medici, entrambi han fatto il massimo per salvarlo».

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