Nel cuore del Papa c’è la verità su Medjugorje

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La Chiesa sta per esprimersi su Medjugorje. Lo ha rivelato Papa Francesco, domenica 7 giugno, sul volo di ritorno da Sarajevo. È stata la giornalista croata Silvije Tomasevic ad affrontare l’argomento. «Santità», ha osservato, «siamo in Bosnia-Erzegovina e come può immaginare qui c’è un grande interesse per il giudizio sul fenomeno di Medjugorje…». E il Pontefice non si è sottratto dal rispondere. «Su Medjugorje», ha detto, «stiamo per prendere delle decisioni e poi saprete. Per il momento si danno soltanto alcuni orientamenti ai vescovi».

Il Papa, nell’occasione, ha ricordato come il dossier su Medjugorje sia stato redatto dalla Commissione d’inchiesta istituita nel 2010 dal suo predecessore Papa Benedetto XVI, per essere sottoposto al vaglio della Congregazione per la Dottrina della Fede e dello stesso Pontefice, al quale tocca il parere definitivo.

Ora il tempo del discernimento è dunque concluso e già dopo la prossima seduta plenaria della Congregazione presieduta dal cardinale Gerhard L. Müller, prevista per mercoledì 24 giugno, c’è da aspettarsi un pronunciamento ufficiale.

Ecco perché i devoti della Vergine d’Erzegovina sono in ansia. Ma non è solo questa attesa a metterli in agitazione. La seconda ragione di apprensione sono altre dichiarazioni fatte da Bergoglio in questi giorni che lasciano intendere, perlomeno a titolo personale, una certa presa di distanza dagli eventi che dal giugno 1981 si verificherebbero a Medjugorje. Ma davvero il Papa chiuderebbe alla speranza di milioni di persone di veder riconosciuta la natura soprannaturale di quelle manifestazioni? O il senso delle sue parole è più sottile?

Martedì 9 giugno, nella consueta omelia mattutina di Santa Marta, in un contesto mediatico particolarmente ricettivo per l’annuncio del giudizio imminente, il Papa, parlando di annacquamenti della fede, ha messo in guardia da quanti subordinano la propria vita e le proprie scelte in base a quanto riportato da «veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio». Un’affermazione, questa, che richiama un’altra omelia del novembre 2014, in cui egli aveva detto che la Madonna non è da prendere come una postina, e che per molti osservatori suona ora come un preannuncio di bocciatura proprio dell’evento di Medjugorje che si protrae da 34 anni coinvolgendo sei veggenti, testimoni di apparizioni quotidiane e custodi di migliaia di messaggi della Vergine. In realtà il Papa vuole forse solo dirci di non correre troppo dietro al sensazionalismo, che l’identità cristiana non può diluita in forme religiose che egli definisce «un po’ soft».

Tuttavia la preoccupazione dei fedeli rimane ed è acuita anche dal fatto che la Congregazione per la Dottrina della Fede da un anno a questa parte sta invitando le diocesi a non autorizzare pubblici incontri di preghiera con i veggenti d’Erzegovi-na, i quali, però, almeno finora, hanno potuto continuare a incontrare i pellegrini a Medjugorje. Questa disposizione del prefetto Müller sembrerebbe in linea con «gli orientamenti ai vescovi» di cui ha riferito il Papa su volo da Sarajevo e parrebbe un altro segno di chiusura su Medjugorje.

Pochi giorni ancora e sapremo, ma, nel frattempo, non è da sottovalutare un

altro aspetto che rimescola le carte: Francesco ha elogiato il dossier prodotto dalla Commissione d’inchiesta («Hanno fatto un bel lavoro, un bel lavoro», ha voluto sottolineare due volte) e il presidente della stessa, il cardinale Camillo Ruini, pur senza sbottonarsi troppo, ha lasciato intendere che le conclusioni a cui si è pervenuti su Medjugorje sarebbero state complesse e variegate ma non di negazione. È l’interpretazione colta anche dal Corriere della Sera che, lunedì 8 giugno, ha parlato di «apertura sulle apparizioni». Raggiunto al telefono dal vaticanista Gian Guido Vecchi,

il porporato ha dichiarato: «Io non so quale sarà il giudizio conclusivo. Noi abbiamo fatto solo un proposta articolata, dopodiché sarà la Congregazione per la Dottrina della Fede a prendere le decisioni che poi saranno presentate al Papa: l’ultima parola, com’è naturale, sarà quella del Santo Padre».

Se Ruini parla di «proposta articolata» ciò significa che almeno la Commissione di studio da lui presieduta non ha chiuso a Medjugorje le porte della Chiesa, magari proponendo il riconoscimento di un intervento divino limitatamente alle origini, come avvenuto per le apparizioni africane di Kibeho, e dando un giudizio sospensivo sul prosieguo degli accadimenti ancora in corso. Una cosa è certa: come ha notato proprio Ruini, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha impiegato 17 mesi per valutare le conclusioni a cui quella Commissione è pervenuta. Una sottolineatura che sa di ottimismo.

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