Noi Robot Altro che routine Sempre più intelligenti Da qui inizia l’invasione

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Un giorno, in un futuro non troppo lontano, questo articolo potrebbe essere scritto da un robot. Non è fantascienza. Già fin dora alcun importanti editori usano software per automatizzare la stesura di rapporti giornalistici. Il Los Angeles Times per esempio è un pioniere nel «robo-giornalismo»: il giornalista e programmatore Ken Schwencke ha creato un algoritmo che automaticamente genera un breve articolo appena avviene un terremoto, basandosi sui dati del servizio geologico degli Stati Uniti. E l’agenzia internazionale di notizie Associated press (Ap) nel solo ultimo anno ha pubblicato ben 3 mila articoli «scritti» da robot sui bilanci aziendali trimestrali: contengono meno errori e liberano tempo perché i reporter in carne e ossa possano dedicarsi ad analisi più complesse, dicono i manager di Ap.

Il giornalismo è solo uno dei numerosi mestieri da «colletti bianchi» dove l’automazione sta cambiando radicalmente il business e le prospettive di impiego. Infatti non è più solo l’industria manifatturiera quella in cui i robot vengono impiegati sostituendo manodopera (i «colletti blu»). Alcuni dei lavoratori più minacciati sono i «droni da ufficio», come li chiama Martin Ford (vedere box): impiegati che siedono davanti a computer svolgendo funzioni di routine. La loro esperienza e capacità di giudizio può essere incapsulata in algoritmi che producono risultati simili o addirittura migliori.

Esempi

Gli addetti dei call center, che con il supporto di pc devono telefonare a potenziali clienti per vendere qualcosa (telemarketing) sono un tipico caso: la categoria di lavoratori con la più alta probabilità (99%) di essere rimpiazzati da robot, secondo un sondaggio fra esperti condotto da Npr (National public radio), la radio pubblica statunitense (vedere grafico).

Appena sotto di loro, nella classifica dei mestieri a rischio di estinzione, ci sono i contabili che preparano i documenti per le tasse (98,7%): sono già in commercio pacchetti di software con cui i comuni contribuenti possono farsi da soli la dichiarazione deiredditi. I bancari allo sportello sono sempre meno indispensabili grazie agli apparecchi Bancomat e ai conti online (98,3%), ma nemmeno chi, nell’industria finanziaria, ha una professionalità sofisticata può sentirsi al sicuro. I robo-consulenti infatti sono già una realtà: servizi completamente automatizzati di analisi della situazione finanziaria di un risparmiatore, che grazie ad enormi banche dati ed algoritmi elaborano proposte di investimento personalizzate.

Oltre agli algoritmi che possono sostituire lavori impiegatizi, anche nel settore degli servizi avanza l’automazione, con l’uso non solo di software ma di robot umanoidi. Vi ricordate Rosie, il robot casalinga della famiglia Jetson (i «Pronipoti» dei cartoni animati di Hanna-Barbera Anni Sessanta)? Qualcosa di simile lo trovate nei negozi giapponesi dove «lavora» ChihiraAico, l’automa in kimono creata da Toshiba, capace di dare il benvenuto ai clienti con frasi standard, sorridere e persino cantare; oppure, sempre in Giappone, negli uffici dove al ricevimento c’è la «segretaria Saya», capace di condurre una conversazione semplice sulla base delle 300 parole e delle 700 frasi del suo vocabolario.

Servizi

Nella Silicon Valley a Cupertino c’è poi un albergo, l’Aloft, dove il servizio in camera è a cura del robo-fatto-rino Boltr. In Cina alcuni ristoranti usano robot al posto sia degli chef sia dei camerieri. E persino negli ospedali l’automazione è sempre più praticata: l’autorità americana nel campo alimentare e farmaceutico, la Fda (Food and drug administration) ha dato l’ok a Sedasys, un sistema creato da Johnson & Johnson per somministrare anestesie leggere al posto degli anestesisti, che sono i professionisti più cari nelle sale operatorie.

Fabbriche

Intanto in fabbrica sta prendendo piede una seconda generazione di robot, più intelligenti, più agili, più collaborativi, più adattabili, ha spiegato il WSJ in un’inchiesta. Li usano soprattutto i produttori di automobili, ma non solo. Quelli costruiti dall’americana Rethink robotis e dalla svizzera Abb, per esempio, aiutano gli operai ad assemblare piccole componenti di prodotti dell’elettronica di consumo: abbassando i costi di assemblaggio, il loro impiego potrebbe servire a riportare negli Usa e in Europa lavorazioni fatte oggi in Cina.

Ma è illusorio pensare che le nuove tecnologie nell’industria manifatturiera possano riportare anche posti di lavoro nei Paesi occidentali, sostiene Martin Neil Baily, economista del pensatoio di Washington Brookings institution ed ex presidente del Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca sotto Bill Clinton. Dei 5,7 milioni di posti di lavoro persi negli Anni 2000 nella manifattura negli Usa, solo 870 mila sono tornati in questo decennio. La «nuova» manifattura sarà cruciale per il futuro dell’economia americana e dei Paesi avanzati – spiega Baily – «non per la capacità di creare posti di lavoro, ma per il suo potenziale di spingere l’innovazione e la crescita della produttività e per il suo ruolo nel commercio e nella competitività internazionali». I leader sia industriali sia politici devono sostenere questa tendenza, secondo lui, anche se significa mettere ancor più robot al posto di lavoratori.

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