Omicidio di Yara Gambirasio: e se ci fosse un’ altra inconfessabile verità?

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E se il «vero» assassino fosse stato giustiziato dai complici che in un cantiere avrebbero simulato un infortunio sul lavoro facendolo cadere da un ponteggio? Perché nell’“altra verità” l’assassino di Yara beveva troppo e quando era ubriaco diventava violento. Nessuno riusciva a tenerlo. Una mina vagante per complici, favoreggiatori e testimoni dell’omicidio che ora, con l’arma del terrore, costringerebbero al silenzio Massimo Bossetti.

Sarebbe questa la verità inconfessabile molto più complessa di quella indicata dagli inquirenti dopo una mastodontica inchiesta che fra meno di un mese (il 3 luglio) porterà davanti a una Corte d’Assise il muratore di Mapello.

Una “verità” rivelata in due lettere, una firmata solo con la città di provenienza e la seconda con un nome illeggibile, arrivate al nostro settimanale a distanza di 5 mesi l’una dall’altra. Le ha scritte un mitomane? Un depistatore?

La prima missiva è del 15 ottobre dello scorso anno ed era finita fra le tante che giungono in redazione per indicare una pista da seguire. Non aveva avuto credito per la quasi illeggibile calligrafia anche se un particolare ci aveva colpito: nella busta l’autore aveva infilato una foglia e un fiore come a indicare il tipo di vegetazione del campo di Chignolo, dove è stato ritrovato il corpo di Yara. La seconda, giunta nel marzo scorso, colpisce perché si ricollega alla prima per la grafia, gli errori di sintassi, l’italiano incerto (fa pensare che l’autore possa essere straniero), la mancanza di articoli e punteggiatura (che non abbiamo corretto proprio per offrirvi la riproduzione fedele dei testi) e perché cita riferimenti, particolari e personaggi (Massimo Bossetti viene chiamato “Massi”) che potrebbero essere i protagonisti di questo dramma.

«BOSSETTI SA,MA NON PUÒ PARLARE» Le due lettere non scagionano Bossetti ma ne attenuano molto le responsabilità. Il muratore di Mapello avrebbe assistito impotente all’omicidio, sarebbe stato male e poi sarebbe scappato terrorizzato: «Certo che signor Bossetti non potrà mai dire tutta la verità visto cosa hanno fatto sorella, piena di botte poveretta», scrive l’anonimo nella prima lettera. E nella seconda aggiunge: «Nessuna meraviglia qualcuno se la prenda con sorella di Massi. Lui non può, non deve proprio parlare ok? (in trappola)… Il Massi ricordo che è scappato dalla spavento… certo eravamo in diversi e voi non lo capite. La Yara l’abbiamo portata in campo e abbandonata come un sacco di patate. Si può dire? Vergogna, si … Abbiamo vomitato nel fare io sono pure svenuto se può interessare o forse no, si figuri il Massi. ».

Ma perché Bossetti quella sera si sarebbe trovato in quella situazione e con quella gente? Perché non avrebbe denunciato quello che ha visto? E perché oggi preferisce tacere e rischiare l’ergastolo? Di chi ha paura? Hanno minacciato i suoi figli e la moglie? E sotto ricatto? E la traccia del suo Dna sugli slip di Yara come la giustifica? Una spiegazione l’anonimo la dà: «Il Massi spesso perdeva sangue dal naso, esattissimo-certo che prendeva paura di avere un brutto male, allora avrà esagerato (bugie ecco ripeto ne conosciamo altri. Eppoi ci si prendeva attrezzi uno l’altro. Voi direte rubato, non è proprio così, si fa, punto». E qui si riferisce alle bugie che Bossetti raccontava ai colleghi quando confidava di avere un tumore al cervello.

Noi naturalmente non sappiamo se chi ha scritto queste lettere sia un millantatore o qualcuno che davvero conosce la verità. Di sicuro c’è che contengono dettagli che potrebbero essere utili alle indagini e, proprio per questo motivo, la settimana scorsa le abbiamo consegnate alla Procura, al maresciallo dei Carabinieri Giovanni Mocerino, braccio destro del Pm Letizia Ruggeri.

Verrà aperto un fascicolo? Ci saranno nuove indagini? Il magistrato vorrà approfondire questa pista? Anche perché nei due scritti, che vanno presi in considerazione con tutte le cautele del caso, non si fanno nomi ma si indica una pista precisa e c’è una risposta a tre domande fondamentali: chi ha ucciso Yara? Dove? E perché?

In particolare la prima lettera contiene dettagli inquietanti, alcuni misteriosi, altri da decifrare. La sera del 26 novembre 2010, quando sparì, Yara sarebbe finita in casa di una misteriosa signora dove sarebbe stato presente un gruppo di muratori, italiani e stranieri.

Perché? Chi è questa donna misteriosa? Ecco cosa scrive l’anonimo: «La Yara era conosciuta brava ragazza davvero, anche sua sorella. Ciao ciao diceva. Punto e basta, poco di più… e poi quella brutta sera maledetta. Yara dunque in primo momento è stata in casa di una brava signora, eravamo in diversi e nessuno poteva pensare male. Un certo momento si è innervosita e voleva andare via tornare a casa l ’aspettavano i genitori». Ed è a questo punto che nella prima lettera compare l’assassino. Sarebbe stato un polacco a colpire Yara. Una rivelazione importante perché i famosi cani molecolari impegnati nella ricerca di Yara portarono gli inquirenti non solo al cantiere di Mapello ma uno di questi cani si fermò a lungo nello spogliatoio degli elettricisti polacchi. Scrive l’anonimo: «So che il polacco tra l’altro morto su lavoro caduto da scala era comunque alcolizzato, beveva molto. Il polacco ubriaco ha cominciato a smaniare, a comportarsi male e molto. Non sapevamo che fare. La bimba gridava pure noi poi il vuoto, il nero, un buio. Il polacco era comunque quasi sempre fuori di testa era difficile lavorare con lui -molto – Era separato da sua famiglia ne combinava troppe… Comunque ricordo bene al tempo c’era la banda degli stranieri. I polacchi (e altri). Il matto è morto-incidente sul lavoro (caduto dalla scala) o faccio meglio a dire fatto cadere per non farlo parlare chiudere la bocca. quando beveva era bello cattivo, chi lo teneva più. Neppure noi». E a proposito di questo “incidente” sul lavoro va detto che noi abbiamo cercato riscontri tra gli infortuni capitati nei cantieri ma non abbiamo trovato prove concrete. Questo secondo omicidio dopo quello di Yara, quindi, è un altro punto oscuro tutto da verificare. In quale cantiere e quando sarebbe stato consumato? È per questa ragione che Bossetti non parla? È in pericolo la sua vita? L’anonimo aggiunge un particolare già noto: nel cantiere di Mapello alla sera si aggiravano strani personaggi e non mancava anche un via vai di prostitute: «Guardava le ragazze, come si guardava un po’ tutti del resto, la sera si beveva eppoi eppoi un po’ di trastullo, capisce quello che intendo dire? Ma non con le bambine non almeno noi, altri si, i più giovani… Abbiamo un caro amico che da quella famosa sera non riesce a riprendersi. Si sente sempre male, vomita, ospedale più volte, un calvario insomma. Non che io mi senta meglio abbiamo sempre certe immagini negli occhi… chi dimentica più?… In quanto a Massimo noi che lo abbiamo conosciuto sappiamo che è un ballista. Carenze affettive? Paura abbandono? Siamo in tanti così, in famiglia ne abbiamo uno, se sapesse, una vera disperazione… ».

Nell’ultima parte della seconda lettera l’anonimo accenna anche alla famiglia di Yara: «Comunque, brutto a dire, il

Fulvio Gambirasio non è proprio una brava persona la moglie si, assolutamente, molto per bene… eppoi perché non andare in cerca della figlia appena sparita «ridicolo mandare messaggi». Paura di chi? Certo che vendetta sotto ci sta, altrochè. Io non ci voglio entrare in questo. Peccato per la moglie Maura, povera donna, povera mamma. ».

In effetti risulta che nei giorni successivi alla scomparsa di Yara, Fulvio Gambirasio cercò di contattare la figlia sul cellulare. Chi è dunque questo personaggio che conosce anche i messaggi lasciati a Yara dal padre? L’abbiamo cercato seguendo le uniche due pistedisponibili: il timbro postale e una indicazione. Il timbro è di Padova e in entrambe le lettere si sottolinea che provengono da Santa Giustina in Colle, in provincia di Padova. Nelle 59 mila pagine dell’inchiesta c’è una sola persona che proviene da Santa Giustina. È Roberto Benozzo, il datore di lavoro di Fikri, il piastrellista fermato, una settimana dopo la scomparsa di Yara, su un traghetto diretto in Marocco e prosciolto dopo due anni. Benozzo, che adesso abita a Borghetto, frazione di San Martino di Lupari, a due passi da Santa Giustina, fu sospettato di aver fornito l’alibi a Fikri perché la notte del 26 novembre 2010 erano gli unici due presenti nel cantiere di Mapello dove i cani avevano condotto i Carabinieri. «Dall’inchiesta è uscito pulito ma distrutto dai sospetti», ci hanno confidato la mamma e la sorella. Lui non ha voluto incontrarci. La sorella, dopo tante resistenze, ha dato un’occhiata alle lettere: «È un mitomane che vuole attirare la vostra attenzione», è stato il suo commento. Poi ha aggiunto: «Presto riceverete una lettera anche da me».

 

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