Omicidio Yara Gambirasio: Tutti i dubbi e le paure della mogle di Bossetti

1946

( Fonte-Settimanale Giallo) Massi era sorvegliato già due mesi prima che fosse arrestato. Di notte e di giorno. Attorno a casa, nei campi sul retro della palazzina o all’imbocco della strada che dalla Provinciale porla nel nostro cortile c’erano spesso due persone che chiacchieravano o fumavano. E di notte dalle finestre non li vedevamo ma capivamo che c’erano perché si facevano notare tenendo accese le sigai’etle.

Spesso Massi, quando portava a passeggio i cani prima di andare a letto, a volte anche piuttosto tardi, dopo la mezzanotte, se li trovava davanti. Eravamo preoccupati, ne abbiamo parlato, ci siamo chiesti chi potessero essere, cosa facessero, cosa volessero. Abbiamo pensato a dei ladri. Mai avremmo immaginato quello che è successo due mesi dopo. Chissà perché dal 16 giugno 2014, il giorno dell’arresto di mio marito, quei due sono spariti? Più visti». Un dubbio atroce tormenta da un anno Marita Comi, la moglie di Massimo Bossetti, il muratore accusato di aver ucciso Yara Gambirasio. Non aggiunge altro, non lancia accuse, non insinua nulla. La sua è solo una domanda che diventa una rivelazione clamorosa e potrebbe aprire uno scenario completamente diverso nell’inchiesta per l’omicidio di Yara Gambirasio.

Forse vorrebbe chiederci: ma non ci hanno sempre raccontato che Bossetti è stato smascherato gxazie a una indagine che non ha precedenti nella nostra storia giudiziaria? Non nasce tutto da quella traccia di materiale biologico sul bordo degli slip e sui leggins di Yara che ha consentito di ricostruire la sua vera paternità come figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni? E la «caccia» alla madre con quei 20 mila prelievi e relativi confronti, per rintracciare la donna che aveva partorito «Ignoto 1»? E la certezza che la mamma di Ignoto 1 fosse Esther Arzuffi non è stala raggiunta solo il 14 di giugno, 48 ore prima dell’arresto, quando dall’istituto di genetica dell’Università di Pavia è arrivata in Procura a Bergamo la risposta affermativa del dottor Previderè? E quel posto di blocco per fare l’alcol-test a Massi e ricavare così il suo Dna che senso aveva? Domande inquietanti alle quali un giorno bisognerà pur dare una risposta e tante spiegazioni se quei due personaggi che per mesi hanno gironzolato attorno alla casa del muratore di Mapello non erano dei semplici perdigiorno. Dovranno pur rivelare chi li aveva incaricati di svolgere quel servizio di sorveglianza e pedinamento. Chi teneva sotto osservazione Massimo Bossetti già due mesi prima dell’arresto? Chi sorvegliava i suoi spostamenti e la sua abitazione? E soprattutto perché Massimo Bossel-ti era nel mirino degli inquirenti due mesi prima della scenografica cattura nel cantiere di Seriale?

LE PAURE DI MARITA

Mancano pochi giorni all’inizio del processo (il 3 luglio in Corte d’Assise a Bergamo) destinato a segnare la sua vita e Marita, una donna che sa soffrire in silenzio e fa del pudore, della riservatezza e della dignità le sue doti essenziali, preferisce il silenzio. Ma i suoi occhi sgranati sembravano chiedere risposte a domande che da troppo tempo rimangono senza risposta. Evidentemente non trova spiegazioni e ha la sensazione di essere entrala in un girone infernale. L’abbiamo incontrata venerdì 19 giugno nel tardo pomeriggio. Quasi per caso. Passavamo da Mapello e senza alcun preavviso abbiamo bussato alla sua porta, alla frazione Piana, a due passi da Sotto il Monte. Era in casa con i tre figli, un meraviglioso gatto nero e i suoi cagnolini. Ci ha accolto con un sorriso triste e tanta cortesia. Le abbiamo fallo vedere le fotocopie delle due lettere anonime giunte, a distanza di qualche mese l’una dall’altra, da Santa Giustina in Colle (Padova) alla nostra redazione (vedi Oggi ri. 25) nelle quali si parla anche del suo Massi ma solo come di un inebetito testimone dell’aggressione a Yara compiuta invece da un muratore polacco ubriaco. E si racconta di un secondo omicidio perché il polacco, che quando beveva straparlava, sarebbe stato poi ucciso simulando un incidente sul lavoro. In realtà sarebbe stato fatto precipitare da un ponteggio. Ci ha detto subito che le aveva già viste leggendo il nostro settimanale.

Le abbiamo chiesto se riconosceva la calligrafia dell’anonimo e la risposta è stala negativa: «Mai vista prima. Però l’estensore è la stessa persona e mi chiedo perché insista su questa versione». E poi altra domanda: ritiene credibili queste lettere?. «Mah», ha esclamato perplessa e ha aggiunto: «Se Massi avesse solo assistito a quello che si racconta in questi fogli prima o poi me l’avrebbe confidato. Non è capace di tenere un segreto così pesante. Non avrebbe dormito ili notte. Massi non è un duro. E un sentimentale tenero. Non ha mai avuto storie con nessuno. Ha pensato solo a lavorare e alla sua famiglia. Sarebbe tornato a casa sconvolto e mi sarei accorta. Gli avrei chiesto “Cosa ti è successo?” E con me lui non ha mai avuto segreti. Certo», aggiunge, «sarebbe mollo importante scoprire se nei mesi successivi alla morte di Yara c’è stalo un infortunio mortale sul lavoro in un cantiere. Bisognerebbe indagare in tutto il Nord Italia perché non è detto che sia successo in provincia di Bergamo. Questi lavoratori stranieri si spostano di continuo. Ma avranno voglia di indagare? Ormai il colpevole ce l’hanno».

Si è fatto tardi. 1 figli reclamano la cena. C’è tempo solo per le ultime domande: seguirà tutte le udienze del processo? «No. Purtroppo non potrò. Sono citata come testimone e, fino a quando non renderò la mia testimonianza, in aula non potrò entrare e staxe vicina a Massi nel momento più drammatico della sua vita. E lui sentirà la mia mancanza».

Cosa si aspetta dal processo? «Mio marito è innocente ma io ho ugualmente tanta paura».

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