Per rifare le carceri il ministro ha scelto l’assassino Sofri

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Tavolo numero nove. Su «istruzione, cultura, sport». È questo il settore che Andrea Orlando, ministro della Giustizia, ha affidato ad Adriano Sofrinel-l’ambito degli «Stati generali sull’esecuzione penale». Un giro d’orizzonte con avvocati, magistrati, docenti universitari e operatori carcerari, finalizzato a elaborare proposte in sede di «delega perla riforma dell’ordinamento penitenziario all’esame del Parlamento».

Accanto, tra gli altri, alla toga Gherardo Colombo, titolare del tavolo su «Misure e sanzioni di comunità», e al consigliere di Stato Filippo Patroni Griffi, coordinatore dei lavori su «Organizzazione e amministrazione dell’esecuzione penale», compare anche il nome del fondatore di Lotta Continua, condannato in via definitiva a ventidue anni di reclusione come mandante dell’omicidio del commissario di Polizia Luigi Calabresi, assassinato a Milano il 17 maggio 1972.

«Scrittore», c’è scritto nello spazio dedicato alla qualifica di Sofri. Una nomina, avvenuta lo scorso 19 giugno nel decreto ministeriale firmato dal Guardasigilli Orlando, contro la quale insorgono prima gli agenti della Polizia penitenziaria del Sappe – «inammissibile, inaccettabile, intollerabile e insopportabile» – e poi gli esponenti del centrodestra. «Attendiamo l’incarico per Schettino ai Trasporti», attacca Matteo Salvini, leader della Lega. Un fuoco di fila al termine del quale Sofri è costretto a fare dietrofront: «Non andrò. Ne ho abbastanza delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare».

E a poco serve la precisazione, da New York, dello stesso Orlando: «Non c’era nessun tipo di consulenza né tantomeno di incarico retribuito. A Sofri era stato chiesto di prendere parte ad una discussione a cui parteciperanno oltre 200 persone». Per il governo la frittata è fatta. A smentire il Guardasigilli, infatti, è lo stesso decreto, laddove all’articolo 4 prevede l’attribuzione, «alle persone indicate nell’art.1 del presente decreto» (i diciotto «coordinatori» dei tavoli tematici), «il rimborso delle spese documentate». Con tanto di indicazione dei capitoli di bilancio sui quali graveranno le spese dei gruppi dilavoro, che dovranno depositare le loro conclusioni «entro il 15 ottobre 2015». «Nessun incarico gratuito», conferma Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo di Polizia penitenziaria. Sempre all’articolo 4 del decreto, del resto, è messo nero su bianco che nelle spese cui si farà carico via Arenula saranno «compresi i gettoni di presenza, i compensi ai componenti e le indennità di missione e il rimborso ai membri estranei al ministero».

Fatto sta che Sofri, dopo gli affondi dei poliziotti del Sappe («meno male che ci hanno risparmiato Totò Riina, che magari avrebbe potuto parlare di una revisione del regime del 41 bis») e relativa coda di polemiche, preferisce tirarsi fuori: «Il mio contributo si era limitato a una conversazione telefonica con un autorevole giurista, e all’adesione a una eventuale riunione futura alla quale invece non andrò».

Una retromarcia che arriva mentre Matteo Renzi tace. Il premier è irritato per l’autogol di via Arenula, che olire un nuovo argomento di attacco alle opposizioni. «Una decisione vergognosa. Sono schifato», attacca Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato (FI), a proposito della nomina di So-fri: «Un omicida in cattedra. A quando una consulta di assassini al ministero della Giustizia?». Questo prima di rendere l’onore delle armi al fondatore di Lotta continua: «Ha fatto bene a rinunciare all’incarico. Si è dimostrato meno peggio di chi glielo aveva dato». Anche Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato, resta di stucco per l’iniziativa dell’esecutivo. «Non comprendo la scelta di far sedere Sofri al tavolo della riforma», twitta il direttore della Stampa, «spero che Orlando lo spieghi».

Il ministro della Giustizia lo fa, imbarazzato, da New York: «Continuo aritenere che ascoltare punti di vista diversi sia un modo per fare passi avanti in un sistema che vogliamo migliorare. Dispiace se una cattiva comunicazione da parte nostra può avere ingenerato equivoci, soprattutto nelle persone che sono state più ferite da vicende del passato».

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